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Renzi alla prova costume

marzo 25, 2017 Giuseppe Alberto Falci

Si avvicinano le amministrative e per il Pd «sarà un bagno di sangue». La ritrosia (calcolata) dell’ex segretario a metterci la faccia a Genova e Palermo

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Sarebbe stato un tuffo fra le meduse il referendum sui voucher. L’ha schivato con l’aiuto del governo di Paolo Gentiloni. Mentre non potrà schivare la prova costume delle amministrative del mese di giugno. Lo spettro della tornatina elettorale aleggia nelle stanze di Rignano sull’Arno e accompagnerà la stagione estiva del probabile futuro segretario del Nazareno. Nei conciliaboli con gli amici Luca Lotti e Marco Carrai l’ex segretario si lascia andare senza mezze misure: «Non ci metterò il cappello perché saranno un bagno di sangue».

Raccontano che l’unico motivo per cui avrebbe preferito rinviare il congresso a dicembre o al 2018 era rappresentato dal rinnovo dei sindaci di mezzo Stivale. L’ex segretario non ha mai adorato le competizioni in cui non è lui il protagonista, il primo della classe. Alcuni renziani della prima ora riferiscono a Tempi la seguente spiegazione: «Matteo è un one man show. È abile a vendere se stesso, non a promuovere le qualità del candidato sindaco». D’altro canto, insiste la fonte renziana, «lo stesso fenomeno si è verificato con Berlusconi, il leader di Forza Italia ha stravinto più volte le elezioni politiche, ma non è mai stato capace di competere alla stessa maniera su base regionale o comunale».

La data non è stata ancora fissata dal Consiglio dei ministri. Fonti vicine al governo assicurano che il primo turno dovrebbe tenersi l’11 giugno. In sostanza, dopo circa un mese dalla fine del congresso nazionale del Pd, che con molta probabilità incoronerà l’ex sindaco di Firenze segretario dei democratici. Con le amministrative torneranno alle urne gli elettori di 998 comuni. Si voterà in quattro capoluoghi di regione (Catanzaro, Genova, L’Aquila, Palermo) e in 21 capoluoghi di provincia.

In altri tempi si sarebbe già parlato di elezioni di “midterm”. Sul modello americano il mini test avrebbe dunque potuto segnare le sorti di un esecutivo e del partito di maggioranza. Ad esempio, Massimo D’Alema lasciò la poltrona di presidente del Consiglio dopo la cocente sconfitta alle regionali del 2000. Perché, fu allora lo sfogo di Baffino, «ho ritenuto giusto prendere atto che la conclusione del duro confronto politico per le elezioni regionali ha visto il successo di una opposizione che aveva chiesto fin dall’inizio le dimissioni del governo». Il Cavaliere sfidò D’Alema, quest’ultimo accettò la sfida e si concluse con le dimissioni del premier in carica. «Non per dovere istituzionale, ma perché è giusto così», continuò a ripetere D’Alema.

Ma oggi il contesto non è più lo stesso. La legislatura volge al termine. E nessuno fra i 945 parlamentari, cinquestelle compresi, ha alcuna intenzione di tornare anticipatamente al voto. Anzi, come ha scritto Ugo Magri sulla Stampa, la legislatura per la felicità di deputati e senatori potrebbe spingersi più in là, addirittura fino a maggio – evento possibile secondo le norme costituzionali. Il governo è poi guidato da Paolo Gentiloni, attuale premier, ma l’azionista di maggioranza resta Matteo Renzi.

Dunque la partita sulle amministrative è un match tutto interno alla galassia del Nazareno. E in particolare tutto si consumerà sulla pelle del giovanotto di Firenze perché dopo la tornatina elettorale i suoi detrattori vorranno fare un bilancio, smussare gli angoli, tirare le somme e stabilire chi sarà il responsabile della probabile sconfitta. Annota Peppino Caldarola, giornalista e conoscitore come pochi della sinistra italiana: «Renzi rischia di ripetere l’insuccesso delle amministrative di giugno 2016. Oggi non dà importanza alla questione. E se dovesse succedere sarà il primo a dare la colpa alla scissione e agli scissionisti».

Ecco perché nei circuiti renziani è vietato pronunciare la parola amministrative. In Transatlantico le truppe legate all’ex premier appena fiutano l’argomento alzano le braccia e si allontanano. A poco meno di novanta giorni ci si preoccupa più del congresso che dell’appuntamento elettorale. «Si preferisce il Lingotto alle amministrative, segno che oramai siamo scollati dalla realtà», ironizzano alcuni dem. Ai piani alti del Nazareno dirigenti vicini a Dario Franceschini prendono di mira la tre giorni torinese, quella che ha segnato il passaggio dall’io al noi con il ritorno dei professori come Massimo Recalcati e Beppe Vacca. L’analisi cui si spingono i dirigenti che rispondono al ministro della Cultura è la seguente: «Il partito si ricostruisce sui territori, non con una kermesse al Lingotto. Il distacco fra Renzi e la realtà lo certificheranno ancora una volta le elezioni di giugno».

Genova e Palermo saranno i due capoluoghi di regione in cui si misurerà il nuovo corso di Renzi, ovvero il Pd senza la ditta firmata Bersani e D’Alema. Da qualche giorno nel capoluogo ligure è stato individuato il candidato. Si tratta di Gianni Crivello, un ex Pci, che si è fatto le ossa per dieci anni, dal 2002 al 2012, come presidente di municipio in Valpolcevera, e infine come assessore alla protezione civile della giunta Doria in quota Sel. Il suo profilo, apprezzato e stimato all’interno del centrosinistra, non risponde al verbo renziano e viene definito dai più un «indipendente» d’area. Dovrà vedersela con un centrodestra con il vento in poppa – che avrà dalla sua il governatore ligure Giovanni Toti – e con un M5s che nonostante il pasticcio delle comunarie avrà sempre il pallino in mano.

Un pronostico? Nessuno si sbilancia. Anche perché in queste ore gli ex grillini e Possibile di Pippo Civati starebbero ragionando sulla candidatura di Paolo Putti, consigliere comunale vicino a Federico Pizzarotti. La discesa in campo di Putti toglierebbe consenso ai grillini ma anche all’indipendente Crivello favorendo così il centrodestra. Un quadro non certo positivo per Renzi che da par suo se ne infischia, convinto che una eventuale sconfitta non scalfirà la sua leadership.

Tabù siciliano
Su Palermo la valutazione in casa Pd è stata di altro tenore. I renziani di Sicilia hanno provato in tutti modi a trovare un candidato competitivo e alternativo al vecchio leone, Leoluca Orlando, sindaco uscente e in campo a prescindere. Nulla di fatto. Davide Faraone, luogotenente di Renzi in Sicilia, ha così preferito sostenere Orlando. Quest’ultimo però ha imposto una condizione di non poco conto: se siete con me non voglio il simbolo del Pd. Il diktat di Leoluca è strettamente legato a un dato che nel capoluogo siciliano ormai danno per scontato: il Pd a Palermo è ai minimi storici e sarebbe attorno all’8 per cento. Così per la prima volta il simbolo dei democrat non parteciperà alla corsa per palazzo dell’Aquila.

«Non ci potremo misurare e daremo un pessimo segnale alla popolazione palermitana», lamentano i dirigenti vicini al Guardasigilli Orlando. Anche su questo fronte Renzi dissimula e considera la questione un tabù. Guai a parlarne. Il discorso vale anche per Verona, Lecce, Taranto e tutte le altre città investite dal voto. Ma Palermo ha una importanza maggiore. Il tutto perché nel mese di ottobre in Sicilia si terranno le regionali. E il laboratorio Sicilia viene da sempre considerato un test elettorale prodromico alle politiche. Se ne infischierà anche questa volta Matteo Renzi?

Foto Ansa

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