Egitto, donne copte vittime della “jihad del grembo materno”

Un rapporto consegnato alle Nazioni Unite stima siano almeno 500 i casi di madri e ragazzine rapite, costrette ad abiurare e sposare i sequestratori. L’obiettivo? Mettere al mondo bambini musulmani

La jihad del grembo materno, cinquecento donne copte vittime della tratta in Egitto, centinaia di ragazze scomparse, mai ricongiunte con la propria famiglia, costrette a sposarsi, convertirsi e partorire bambini musulmani. Parla di “incubo inimmaginabile” il rapporto Jihad of the Womb: Trafficking of Coptic Women & Girls in Egypt pubblicato il 10 settembre da Coptic Solidarity, presentato all’ufficio del Relatore speciale delle Nazioni Unite per la libertà di religione e di credo, e all’Ufficio per la tratta di persone del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti. L’incubo di non fare più ritorno a casa, la propria sparizione relegata a “fuga volontaria” da forze dell’ordine corrotte o colluse con i rapitori.

È un’accusa durissima quella mossa dall’organizzazione che dal 2010 si batte per i diritti e l’uguaglianza dei cittadini copti in particolare in Egitto, dove il fenomeno di madri e ragazzine scomparse ha assunto una dimensione drammatica. Testimoni delle sparizioni intere famiglie, i membri della comunità locale, leader religiosi e coraggiosi giornalisti egiziani che, secondo il rapporto, negli ultimi due decenni stimano che almeno 500 persone siano cadute vittime di coercizioni, traffico di esseri umani e violazione delle leggi sull’abuso di minori nell’indifferenza di governo e associazioni umanitarie, “poco è stato fatto per affrontare questo flagello da parte dei governi egiziani o stranieri, delle ong o degli organismi internazionali”, denuncia il rapporto.

INDAGINI INSABBIATE, CASI IRRISOLTI

Molti i casi irrisolti citati, molte le voci raccolte: dal sacerdote di Minya, che parla di almeno 15 ragazze sparite ogni anno solo nella sua regione, ai familiari coinvolti in quella che il rapporto chiama appunto “la jihad del grembo materno”: gruppi salafiti che possono contare sul sostegno di funzionari di polizia, uomini del governo e di amministrazioni locali capaci di respingere le denunce di sparizione, falsificare le indagini, organizzare conversioni forzate o minacciare le famiglie delle vittime. L’obiettivo è sfruttare una minoranza religiosa per mettere al mondo figli di fede islamica. Un copione già seguito in Pakistan e che secondo Coptic Solidarity si ripropone in Egitto: le ragazze hanno volontariamente abbandonato la famiglia innamorate del proprio rapitore, le ragazze hanno volontariamente abiurato e abbracciato l’Islam, è questo il ritornello con cui sono stati insabbiati almeno tredici casi negli ultimi tre anni, “in ciascuno di questi nessuna indagine è stata conclusa, nessuno è stato portato in giudizio. In tutti i casi la polizia non usa la parola ‘rapita’ o ‘scomparsa’ ma ‘assente’. Anche quando ci sono prove di tratta degli esseri umani”.

LA CONVERSIONE DI RANYA E LA SCOMPARSA DI LISA

Ranya Abd al-Masih (“serva di Cristo” in arabo) non è una ragazzina: 39 anni, tre figlie, insegnante di una scuola superiore in una città a nord del Cairo, è scomparsa il 22 aprile. Per riapparire pochi giorni in niqab nero in un video in cui piangendo sconvolta e disperata affermava di aver preso di sua spontanea volontà tutti i tuoi oggetti preziosi ed essere scappata per convertirsi, chiedendo al marito di non cercarla più. Una strana fuga dal momento che Ranya non aveva portato via nulla di casa. Quando la famiglia aiutata dalla Chiesa è riuscita a luglio a ottenere il suo rilascio, Ranya non era più la stessa: aveva subito abusi sessuali, psicologici; la polizia, spiega il rapporto, ha intimato alla famiglia di non parlare mai più pubblicamente del suo caso. Sempre ad aprile, la quindicenne Yustina Magdy Attia è stata rapita nel villaggio Baad El Arab di Beni Suef, un rapimento lampo, tre settimane dopo veniva “restituita” alla famiglia. Non è mai più tornata a casa invece la diciassettenne cristiana copta Lisa Romani Mansi, rapita nel distretto di Papillary Olive Field vicino al Cairo a novembre: è scomparsa mentre andava a lezione, il suo cellulare è muto da allora, di lei non si sa nulla. Così come della 20enne Marina Sami Sahi, novella sposa e incinta di cinque mesi, rapita a ottobre nella zona Gesr Al Suez del Cairo.

IL RAPIMENTO DI RASHA

Ragazze come Nerges, Sarah, Vivian, Meray, Hoda, Christine, Hanan, Marilyn. Lunghissimo è l’elenco di ragazze rapite di ritorno dalle feste di Pasqua o appena dopo il matrimonio, giovani spose o minorenni di cui non si hanno più notizie o il cui rilascio ha seguito sempre lo stesso copione: video della conversione, mano al Corano e lacrime disperate, ritorno a casa e minacce alla famiglia: al papà della piccola Meray è stato chiesto di denunciare anzi la solidarietà copta e non rilasciare alcuna intervista ai media. Molte le testimonianze di chi ha assistito, come nel caso di Rasha, a un vero e proprio sequestro da parte di uomini mascherati e fuggiti in auto. Di lei, come di tante altre coetanee inghiottite nel nulla, nessuno ha più avuto notizie.

Foto Ansa