Egitto. A cinque anni dalla Primavera araba non festeggia nessuno

I giovani rivoluzionari sono delusi dai risultati della loro protesta del 2011. Il presidente al-Sisi, più che per autoritarismo, è criticato a causa dei mancati successi in economia e sicurezza

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Cinque anni dopo l’inizio della rivoluzione che ha portato alla deposizione del regime di Hosni Mubarak, in Egitto nessuno ha festeggiato. Il 25 gennaio solo 300 persone si sono riunite nel luogo simbolo della Primavera araba, piazza Tahrir, ma non hanno celebrato la rivolta del 2011, bensì gli agenti. Il 25 infatti in Egitto è la Festa nazionale della polizia e il governo si è raccomandato di inneggiare a quella piuttosto che all’insurrezione popolare.

SOLO PARS DESTRUENS. L’Egitto è forse il paese dove più la protesta cominciata per chiedere libertà, dignità e la fine delle violazioni dei diritti umani ha portato delusione tra i giovani che l’hanno promossa. Se la pars destruens è stata efficace nei 18 giorni di piazza, il movimento di rivolta non ha saputo collaborare per costruire il sistema nuovo che invocava.

ACCUSE AD AL-SISI. Oggi molti accusano l’ex generale Abdel Fattah al-Sisi di essere troppo autoritario e simile a Mubarak. Al-Sisi ha deposto il presidente dei Fratelli Musulmani Mohamed Morsi nel 2013 manu militari ed è stato eletto nuovo presidente con il 98 per cento delle preferenze nel gennaio del 2014. Nonostante l’elezione democratica del capo dello Stato e del nuovo Parlamento a cavallo tra 2015 e 2016, la maggior parte della popolazione ritiene che la Rivoluzione abbia fallito.

«NESSUN SOGNO». «La rivoluzione non è finita però, continua e i suoi obiettivi rimangono nei cuori di tutti gli egiziani», ha detto in un comunicato critico il movimento 6 aprile. Ai giovani rivoluzionari non è piaciuta la legge anti-terrorismo voluta da Al-Sisi e votata dal nuovo Parlamento, che amplia i poteri delle Corti militari e restringe la libertà di stampa e di manifestazione. «Non ho niente da dire: nessuna speranza, nessun sogno, nessuna paura, nessun avvertimento, nessun pensiero, niente, assolutamente niente», ha dichiarato al Guardian Alaa Abdel Fattah, che sta scontando cinque anni di carcere per una piccola protesta contro il governo.

SICUREZZA E STABILITÀ. La legge anti-terrorismo in realtà risponde in parte al desiderio di molti egiziani, che dopo anni di rivoluzioni e incertezze hanno come priorità il ritorno alla sicurezza e alla stabilità, oltre alla ripresa dell’economia. Ma è proprio su questi punti che Al-Sisi riceve le critiche maggiori: nonostante la stretta sulla Fratellanza Musulmana, messa fuorilegge dopo il 2013, gli attacchi jihadisti, su tutti quello al jet russo esploso il 31 ottobre 2015 (224 morti), non si sono mai fermati.

DISOCCUPAZIONE. Economia e lavoro sono gli altri principali grattacapi del governo: nel 2010 l’economia era florida, cresceva a un ritmo del 7 per cento e le riserve di valuta straniera ammontavano a 35 miliardi. Nonostante questo, a causa della corruzione, il 25 per cento della popolazione viveva in stato di povertà. Dopo la rivoluzione, non sono bastati le decine di miliardi prestati dai paesi del Golfo all’Egitto: la lira egiziana è crollata rispetto al dollaro e le riserve di valuta straniera sono scese a 16,4 miliardi. Anche gli investimenti stranieri sono passati dagli 11,6 miliardi del 2007 ai 4,8 del 2014 e la crescita è ferma intorno al 2-3 per cento. La disoccupazione giovanile, inoltre, resta stabile al 40 per cento.

CRISTIANI. In questo panorama pieno di luci e ombre, i cristiani copti tendono a vedere il lato positivo del nuovo governo. Deponendo Morsi, Al-Sisi ha impedito ai Fratelli Musulmani di instaurare un regime islamico e nella nuova Costituzione ha garantito più libertà religiosa, come dimostrano le norme semplificate per edificare nuove chiese. Anche dal punto di vista simbolico, le visite del presidente musulmano nella cattedrale copta del Cairo di San Marco in occasione della Messa di Natale sono un evento inedito nella storia del paese. Resta però il problema della prevenzione degli attentati a sfondo confessionale: nonostante le dichiarazioni e l’impegno della polizia, il numero degli attacchi e dei rapimenti contro i cristiani resta quasi immutato rispetto al periodo pre-rivoluzionario.

Foto Ansa/Ap


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