Economia ad alto regime

conversazione di Francesco Esposito
con Marco Martini*

La sognante mozione Veltroni per il congresso Ds e il circuito
perverso dell’economia italiana, dove sindacati, grande industria
e governo schiacciano piccole e grandi imprese, impediscono
la mobilità dei lavoratori, soffocano la produttività, favoriscono
l’inflazione. Analisi di un autorevole economista delle contraddizioni strutturali dell’“azienda Italia

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Una grande sinistra, un grande Ulivo, per un’Italia di tutti”. Si è aperto sotto questo titolo il congresso Ds di settimana scorsa, dove Walter Veltroni ha presentato la ricetta dell’Ulivo per risolvere i nodi dell’occupazione e della ripresa economica in Italia, condensata nella formula magica: “flessibilità regolata” (sottoscritta anche da Cofferati e Larizza). Massimo D’Alema, all’assemblea Confesercenti, dopo aver bollato il referendum proposto dai Radicali sulla licenziabilità come “uno sfregio ai lavoratori dipendenti”, aveva a sua volta già parlato di una ripresa economica che coniugherà “flessibilità e diritti dei lavoratori”.

Ma a parte la retorica e le formule nebulose, quali sono i problemi reali dell’economia italiana (che l’ennesimo rapporto Eurostat indica come fanalino di coda dell’Europa) e in quale direzione occorre muoversi per non perdere la sfida della competitività? Lo chiediamo al professor Marco Martini, docente di Statistica Economica e preside della facoltà di Scienze Statistiche dell’Università degli Studi di Milano.

Professor Martini, in questi giorni si sta parlando tanto di ripresa economica e occupazione, ma qual’è la reale situazione dell’Italia su questi temi all’interno dell’Unione Europea?

Oggi i sistemi economici sono sempre più sollecitati da un processo di innovazione molto intenso. Si tratta di innovazioni che normalmente comportano un aumento di produttività e, di conseguenza, una variazione del numero delle persone necessarie per la produzione.

L’economia di un paese, per essere competitiva, deve sapersi adattare a questa situazione. Perciò da una parte la domanda deve crescere almeno quanto la produttività (perché se ha una dinamica inferiore, l’occupazione non aumenta); dall’altra, quando un settore cresce di produttività, un certo numero di persone impegnate in quel settore devono potersi muovere, liberamente verso altri segmenti dove la domanda è più forte (il cosiddetto “cambiamento strutturale”). Non basta allora l’aumento della domanda del mercato perché si crei automaticamente occupazione: se i posti di lavoro ci sono, rimane il problema di renderli accessibili al lavoratore che deve avere la possibilità di una mobilità e un adattamento adeguati. Se un lavoratore viene invece ostacolato o non incentivato nella sua mobilità, si perdono occupazione e sviluppo.

Purtroppo non solo la nostra economia ha sviluppato la domanda molto meno di altri paesi (per l’eccesso di pressione fiscale e di blocco ai salari), ma il trasferimento di lavoratori tra settori diversi è assai difficoltoso, con la conseguenza di mantenere più occupati dove non occorrerebbero, abbassare la produttività e far crescere i prezzi (altro che “lavorare meno, lavorare tutti”, con le 35 ore).

Ma il tipo di flessibilità richiesta dal mercato non finirebbe per favorire, come temono i sindacati, la libertà di licenziare?

Bisogna intendersi bene sul significato di “flessibilità”, al di là della retorica politica. Velocità di adattamento non significa affatto libertà di licenziare. Tant’è vero che si è sempre parlato di “mobilità volontaria”. Il proéblema semmai è un altro. In Italia c’è già una parte dell’economia che si muove ed è quella delle piccole e medie imprese, cioè il 50% dell’economia nazionale, dove ogni anno c’è un ricambio del 20%. La rimanente metà dell’economia italiana, quella delle grandi imprese e della pubblica amministrazione, ha invece una mobilità bassissima, circa dell’1% (in pratica le gente che va in pensione). Si tratta di una ingiustizia gravissima, perché tutto il peso del cambiamento è a carico della prima metà dove sulla mobilità i licenziamenti incidono per una quota molto bassa, mentre ha un peso rilevante la mobilità volontaria.

Ma perché da grandi imprese e amministrazione pubblica nessuno vuole uscire? Perché sono dei privilegiati. Nessuno si muove se non vi è costretto. Intanto però la nostra economia ha una minore capacità di adattamento, una minore produttività e un tasso di inflazione destinato a crescere.

Si tratta allora di abbattere i privilegi e assicurare l’uguaglianza di trattamento…

Certamente. Bisogna incidere sulle diseguaglianze di trattamento che esistono nei diversi reparti (trattamento pensionistico, salariale e normativo) a parità di prestazione: una segretaria non è trattata allo stesso modo se lavora nel chimico, nel pubblico o nelle banche. Per permettere la mobilità occorre invece assicurare l’uguaglianza. Se non c’è uguaglianza vuol dire che c’è privilegio. E i privilegi, i trattamenti contrattuali sbilanciati sono soprattutto laddove il sindacato è forte. Con una tacita alleanza tra sindacato e padroni, soprattutto quando questi sono grossi industriali (figuriamoci quando il padrone è lo stato…).

Se questa è la condizione per mantenere la pace sociale, viene pagata a caro prezzo. Infatti si risolve in maggiore inflazione e carico fiscale. Facciamo un esempio: in Italia il numero dei benzinai è molto superiore – a parità di consumo – rispetto a tutti gli altri paesi europei. È vero che noi salvaguardiamo l’occupazione dei benzinai, ma questo lo paghiamo quando andiamo a comprare il prosciutto. Cioè lo paghiamo in termini di inflazione, e l’inflazione significa comprare meno, perciò una domanda che si ritira. Oggi per essere competitivi in economia bisogna avere la libertà per potersi adattare al cambiamento, come in Irlanda, dove non manca la sensibilità sociale, né mi sembra che ci siano licenziamenti selvaggi.

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