Eccolo il grande lavoro della vita e della morte

La grande questione che attraversa ogni pensiero, ogni parola, ogni opera umana riguarda il senso, il significato e la direzione, di quello che siamo.

You’re bustin to talk
but i’m too busy dyin.
Les Murray, The last hellos

Tu hai voglia di chiacchierare, ma io sono troppo occupato: ho da morire, io. È la precaria traduzione di due versi degli “Estremi saluti” che il grande poeta australiano Les Murray ha composto in occasione della morte del padre Cecil.

Si fa un gran parlare, in questi giorni, del dopo, di quello che si dovrà o non si dovrà fare quando, si dice, tornerà il tempo di costruire.

È una preoccupazione più che legittima: pensare oggi al grande lavoro che toccherà a tutti noi per rimettere in piedi il Paese dopo l’impetuosa ondata dell’epidemia è doveroso e necessario.

A condizione però di non considerare quello che oggi si sta vivendo un tempo vuoto o, come lo definiscono in tanti, sospeso. In verità sospeso lo è davvero: non perché sia fatto di nulla, ma perché si vive davvero sospesi sopra un abisso che, come purtroppo succede spesso, può improvvisamente aprirsi sotto i nostri piedi, ingoiandoci. Ma non è questa la condizione ordinaria della vita, che l’ombra mortale dell’epidemia rivela in misura clamorosa e dolente in queste settimane, a dispetto della frenesia di sonnambuli di tanto muoversi, in quella condizione che noi siamo soliti chiamare “normalità”?

Perciò questo, proprio questo, è tempo di costruzione, anche e soprattutto questo. Se non altro perché questo è il nostro presente.

Lo è per i medici, per gli infermieri, per tutti quelli che stanno assistendo i malati, e sono convocati a rispondere a ciascuna delle persone affidate alle loro cure (pare un paradosso: qui il grande numero si presenta più che mai con le fattezze di ogni singola persona) e ai loro familiari, che altrimenti non avrebbero altro modo di stare vicino ai loro cari, in una condizione difficile, per la carenza di conoscenze e per l’insufficienza delle strutture messe a dura prova dalla quantità dei contagi.

Lo è per quelli che spazzano le strade, che governano le fila ai supermercati, che guidano gli autocarri e trasportano i beni di cui tutti noi abbiamo bisogno.

Lo è per coloro i quali, ad ogni livello di governo, devono prendere decisioni che toccano la vita di un gran numero di persone e, dando buona o cattiva prova di sé e delle proprie competenze, hanno la possibilità di misurare, speriamo non per la prima o l’ultima volta, il peso, la gravità della loro responsabilità.

Lo è per quelli che scrivono sui giornali e parlano alla televisione, e cercano i colpevoli, le magagne reali e quelle costruite ad arte, le dichiarazioni di questo o di quell’altro, competenti o ciarlatani, e se va bene sentono la vergogna per tutte le mascalzonate dette o scritte, e magari vanno avanti come sempre, oppure imparano, di nuovo o per la prima volta, a sentire il dovere, e prima ancora la convenienza, delle parole e delle cose vere.

Lo è per quei tanti che stanno a casa e potrebbero persino arrivare a considerare la sproporzione straziante che intercorre tra la condizione di chi sta soffrendo e i passatempi canori, i giochi e giochini d’ogni sorta, gli interessi letterari o filosofici con cui si cerca di riempire il tempo, per quanto il pudore, la noia o un barlume di coscienza spengano l’impeto volenteroso e velleitario dei primi giorni.

Lo è per chi vede le proprie attività quotidiane messe in pericolo dalle conseguenze dei provvedimenti e delle restrizioni obbligate, specialmente quando non trova il sostegno personale e creativo di nessuno; o magari si trova a lavorare più di prima per condividere con altri difficoltà, idee, ipotesi o danaro.

Ma più di tutti questo è un tempo denso e decisivo per chi è toccato nella carne dalla malattia e, avvertendo l’incombenza della fine, è portato a confrontarsi con il fine, il destino della vita, domandandosi, e noi insieme a lui, se quel che si potrebbe lasciare da un momento all’altro andrà irreparabilmente perso o sarà ritrovato, tutto, interamente, compiutamente e per sempre.

Eccolo il grande lavoro della vita e della morte! 

La grande questione che attraversa ogni pensiero, ogni parola, ogni opera umana riguarda il senso, il significato e la direzione, di quello che siamo.

È lavoro di Dio, che accompagna da sempre la vita di ciascun uomo e di tutta l’umanità per condurla all’incontro con la sua Presenza incarnata, nello spazio e nel tempo del nostro presente.

È lavoro dell’uomo, che a questa Presenza deve rispondere e prendere posizione: «La forma più bassa dello scandalo, umanamente parlando, è lasciare senza soluzione tutto il problema intorno a Cristo. La verità è che è stato completamente dimenticato l’imperativo cristiano: tu devi. Che il cristianesimo ti è stato annunciato significa che tu devi prendere posizione di fronte a Cristo. Egli, o il fatto che Egli esiste, o il fatto che sia esistito è la decisione di tutta l’esistenza» (S. Kierkegaard).

Trascurare questo, per indifferenza, pregiudizio, superficialità o altro, soffoca il nostro lavoro di oggi e quello di domani sotto una montagna di detriti, quelli dell’insensatezza che altera ogni opera delle mani e dell’intelligenza contraffacendola fino a renderla vana o ingiusta e violenta.

Come dice il Salmo: «Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori. Se il Signore non custodisce la città, invano veglia il custode. Invano vi alzate di buon mattino, tardi andate a riposare e mangiate pane di sudore».

Conviene tenerlo bene a mente adesso per poter dare forma, quando sarà, a un lavoro degno di chi lo fa e di quelli a cui è destinato.

I segni della costruzione di Dio non mancano tra noi. Ora come sempre, non li vede chi non li vuole vedere.

Come scrive ancora Les Murray, sempre nell’ultimo saluto a suo padre:

Snobs mind us off religion
nowadays, if they can. 
Fuck them. I wish you God.

Oggi le menti fini cercano di svezzarci dalla religione. Si fottano, io ti auguro di incontrare Dio.

Foto Ansa