E ora le attiviste bianche confessano: non siamo nere

L’ultima frontiera della battaglia per i diritti delle persone di colore è fingersi di colore. Il cortocircuito culturale dietro ai “coming out” di chi ha sfruttato le proteste razziali (dall’americana alla siciliana all’ebrea)

Un’attivista bianca ha ammesso di non essere nera. Proprio così: “Amici, devo assumermi le responsabilità delle mie azioni e del male procurato. Il mio inganno e le mie bugie hanno ferito coloro a cui tengo di più. Ho preso spazio come persona nera sapendo di essere bianca. Ho sfruttato l’essere nera quando non potevo farlo. Ho chiesto sostegno e grinta in quanto persona nera. Ho fatto del male alla città, agli amici e al lavoro a cui tenevo così tanto”. Sembra una barzelletta ma la vicenda di Satchuel Cole sta mandando ai pazzi gli attivisti di Indianapolis che per anni hanno creduto alle tragiche favolette inventate dall’ultranota esponente locale di movimenti come Indy10 Black Lives Matter, Indy Surj, Playing Up for Racial Justice e gruppi Lgbtquia+.

IN PIAZZA PER I NERI, I QUEER, L’ABORTO

Da “nera” Satchuel Cole ha guadagnato visibilità e prestigio tra le milizie dell’uguaglianza, ha guidato le proteste razziali contro la polizia, chiesto verità e giustizia per Aaron Bailey (nel 2017 è diventata la portavoce della famiglia dell’afroamericano freddato dai cops), portato in piazza le donne per difendere il pure razzistissimo aborto selettivo contro la legge dell’Indiana che voleva proibire l’interruzione di gravidanza per motivi di razza, sesso, disabilità, si è battuta per i diritti “intersezionali” e queer (nata donna, si identifica in un genere “non binario” ed è stata Grand Marshals della Indy Pride Parade 2020), ha ricoperto la carica di vicepresidente dell’organizzazione (ora defunta) per la parità dei diritti, Don’t Sleep.

Solo che Satchuel Cole non è mai stata nera. Fino al 2010, quando la sua carriera da attivista ha iniziato a decollare, non si chiamava nemmeno Satchuel Cole. E come aveva fatto a fregare tutti, guadagnarsi rispetto, fiducia e posizione tra i Blm e gli Lgbtq senza essere accusata di appropriazione culturale indebita? Semplice, si era inventata un “padre nero” scappato di casa.

SFRUTTARE IL PRIVILEGIO “NERO”

Oggi Cole ammette di essersi finta donna di colore per sfruttare i “vantaggi” della ribalta e godere dei finanziamenti erogati agli attivisti, lo scrive su una pagina social che i giornali americani attribuiscono con certezza al suo profilo e lo fa dopo essere stata travolta da una bomba sganciata dal fuoco tutt’altro che amico. Il 15 settembre il portale BlackIndyLive (non corre buon sangue tra i pretoriani delle agende nere dell’Indiana) pubblica infatti un’inchiesta che in pochi giorni costringe tutte le organizzazioni multiculturali, che avevano consegnato un ruolo a Cole, a scrivere rabbiosi comunicati attirando l’attenzione della stampa.

La storia ricostruita è terribile: Satchuel Cole, all’anagrafe Jennifer Benton (cambierà il suo nome nel 2010) nasce dal matrimonio di due studenti di Arlington, ha una sorella maggiore, trascorre l’infanzia in una famiglia borghese e bianca: tale è la razza dichiarata in tutti i documenti legali dei componenti della famiglia. Sì, perché in quanto a certificazioni sulla razza pura oggi i neri non scherzano affatto). Finché padre e madre si separano, lui scompare in Florida, lei si risposa e muore accoltellata dalla primogenita. La testimonianza di Jennifer in tribunale, che denuncia abusi da parte del patrigno, non salva la sorella, condannata per omicidio colposo. Si farà otto anni di carcere, al termine dei quali cambierà vita, entrerà nella Englewood Christian Church, servirà la comunità. E Jennifer?

DA JENNIFER A SATCHUEL

Anche Jennifer cambia vita a partire dal nome: diventa Satchuel Paigelyn Cole, un omaggio al lanciatore Leroy Robert “Satchel” Paige e all’amica Chantelle-Owens-Cole. Inizia così a unirsi a una lunga serie di gruppi arcobaleno e di attivisti neri di Indianapolis, raccontando a tutti di essere bi-razziale, dice di non avere mai incontrato il padre e di aver scoperto che si trattava di un uomo di colore solo da grande. Non solo, per fugare ogni dubbio nel 2017 rilascia una lacrimosa intervista a Freedom Indiana affermando di averlo finalmente rintracciato e incontrato, corredata da una foto in cui abbraccia un uomo anziano di colore. A quell’epoca Cole ha già fatto carriera come vicepresidente di Don’t Sleep, attivissimo nella difesa dei “diritti intersezionali e Lgbtquia+”, rilascia interviste a destra e a manca, gira spot, in fretta le vengono consegnate le cause di molti attivisti della comunità nera. La sua ascesa si interrompe bruscamente all’inizio di quest’anno, in seguito alla morte dell’amica Chantelle e all’emergere di episodi su gestione soldi, finanziamenti, patrimoni tutt’altro che trasparenti. Poi l’inchiesta sul suo puro-sangue, in un attimo gli attivisti la scaricano, crolla un castello di carte costruito in dieci anni.

“NON SONO CUBANA MA SICILIANA”

Eppure ad attirare la stampa sul caso Cole non è tanto la storia di Jennifer quanto il fatto che non si tratti dell’unica truffatrice. “Mi assumo la piena responsabilità di aver diffuso delle bugie e sono profondamente dispiaciuta”: parla di ammenda, crepacuore e tradimenti Vitolo-Haddad, dottoranda in giornalismo presso l’Università del Wisconsin a Madison, specificando di aver mentito sulle sue supposte origini cubane ma di non averle mai sfruttate per ottenere borse di studio. Dopo aver ampiamente denunciato le discriminazioni subite in quanto persona non bianca, la ragazza ha ammesso di avere origini italiane, siciliane per la precisione.

“NON SONO NORDAFRICANA MA EBREA”

Stesso discorso per Jessica Krug, docente di studi afroamericani della George Washington University: oggi ammette di essere stata una “sanguisuga culturale” ma per anni ha sostenuto di essere figlia della diaspora ora nordafricana, ora caraibica. Dice di aver compiuto un furto dell’identità nera per superare il trauma di essere una bambina ebrea bianca nella periferia di Kansas City: codarda, codarda, codarda, parla così di sé in un lungo articolo in cui afferma di non meritare nessun perdono e afferma che la comunità nera non ha il dovere di accogliere “rifugiati” da società non nere. Dopo aver rassegnato le dimissioni, l’università ha invitato gli studenti “sconvolti “da queste rivelazioni a chiedere aiuto e assistenza psicologica.

“MI SENTO DI RAZZA UMANA MA CULTURALMENTE NERA”

Gli strani coming out delle donne nere che ammettono di essere bianche hanno riportato l’America allo scandalo Rachel Dolezal, professoressa universitaria e presidente della sezione locale dell’Associazione nazionale per l’avanzamento delle persone di colore (NAACP) che nel 2015 ha messo in croce il paese sostenendo, dopo aver ammesso di non essere birazziale ma, come avevano scoperto i media, figlia di due bianchi, che avrebbe potuto identificarsi in una donna di colore proprio come un uomo poteva identificarsi in una donna. L’America si era sperticata allora in ragionamenti sul “transrazzismo” equiparandolo al “transgenderismo” ma alla fine avevano vinto i movimenti per la giustizia razziale: quella di Dolezal era un’appropriazione culturale bella e buona, la professoressa fu costretta a dimettersi e non si parlò più di lei. Finché la morte di George Floyd l’ha portata a offrire il suo aiuto ai Blm, aiuto ovviamente rispedito al mittente.

Eppure per Dolezal, che dal 2017 si fa chiamare Nkechi Amare Diallo, la questione resta semplice: “A livello di razza mi identico come un’umana, ma culturalmente mi sento nera”. Protagonista di un documentario Netflix, The Rachel Divide, Nkechi Amare Diallo all’anagrafe Rachel continua a lottare contro il privilegio bianco attraverso le sue opere d’arte. Come Truth be Told, che rappresenta busti bianchi di George Washington, Thomas Jefferson, Andrew Jackson e Franklin Roosevelt, schizzati di vernice rossa: schiavista, stupratore, assassino, razzista, le rispettive didascalie.

Foto Ansa