È ora di “trasformare” il Made in Italy

Il “caso Brazzale”. O di come sia il caso di cambiare paradigma per valorizzare il talento italiano e stare al passo con le sfide della globalizzazione

E se i fratelli Brazzale avessero ragione? E se fosse venuto ormai il tempo di intendersi sulla definizione di “Made in Italy”? Cos’è? Quali i suoi contorni? Impresa titanica, d’accordo. Ma forse è arrivata l’ora di dedicarci qualche riflessione, almeno per porre il tema e grattare via la patina di retorica che lo circonda. Finora il Made in Italy è stata una grandissima (e legittima) operazione di marketing, ottima per difendere e valorizzare la cultura e il talento italiano. Ma il Muro di Berlino è caduto da trent’anni, ha ancora senso arroccarsi su una visione “purista” del Made in Italy o, in fin dei conti, è questo ormai il grande cappello sotto cui si difendono interessi corporativi e, in buona sostanza, si frena ogni spirito imprenditoriale e d’innovazione? Oggi – oggi, che il mondo è diverso da quello dell’89, del 2000, e pure del 2010 – ha ancora una sua legittimità? E cosa si intende? Allora ripetiamo: non è che i fratelli Brazzale hanno ragione quando chiedono di “aggiornarne” la definizione? O meglio ancora: questo fantomatico Made in Italy non è oggi una gabbia dorata che ci siamo costruiti intorno per, nel migliore dei casi, dormire sonni tranquilli e, nel peggiore, per garantire gli interessi di alcuni a discapito di quelli più generali del Paese, dei produttori e dei consumatori?

ABUSO RETORICO

Sono le domande che i fratelli Brazzale, eredi oggi alla guida della più antica azienda italiana del settore caseario (sono protagonisti del mondo del latte dal Settecento, furono fondatori del consorzio Grana Padano, hanno stabilimenti produttivi in Italia, Repubblica Ceca e Brasile), non smettono di porre – anche in modo simpaticamente “eretico” – al mondo agroalimentare italiano, piuttosto mummificato nel ripetere il mantra del Made in Italy, rendendolo impermeabile a ogni suggerimento eterodosso. Intendiamoci: i Brazzale non denigrano il Made in Italy, ma ne contestano l’accezione e quell’abuso retorico che fa male al paese. Lo considerano un ostacolo culturale e normativo che blocca l’espansione dell’industria alimentare del nostro Paese, potenzialmente illimitata.

IL PARADISO CECO

Il “caso Brazzale” è un buon punto di paragone con cui confrontarsi. Arrivati in Repubblica Ceca l’indomani della caduta del Muro, i Brazzale trovarono il loro paradiso. Avevano girato mezzo mondo alla ricerca di un luogo che potesse soddisfare al meglio le loro necessità e aspirazioni. E qui lo trovarono: campi estesi, clima perfetto, foraggi pregiati (qui prati da fieno ed erba medica, che da noi sono un lusso, si estendono per ettari ed ettari), zootecnia di grande tradizione, manodopera qualificata, burocrazia seria, stato affidabile. Insomma, l’Eden dove fare il latte (e di conseguenza il formaggio) più buono del mondo che i Brazzale hanno chiamato Gran Moravia. Come tutte le storie imprenditoriali, anche l’iniziativa dei Brazzale ha dovuto affrontare le sue difficoltà (una certa iniziale diffidenza verso gli italiani da parte degli allevatori cechi e la concorrenza delle multinazionali), che però, oggi, si possono dire superate: negozi sparsi in tutto il paese, il coinvolgimento di oltre 80 grandi fattorie locali, un caseificio a Litovel che è un gioiello tecnologico, e ovunque le bandiere italiana e veneta che sventolano orgogliose a indicare l’arte e il talento di provenienza. Anche questo è Made in Italy.

Potremmo farla lunga e raccontare estesamente tutti i successi e le innovazioni portate dai Brazzale (la filiera ecosostenibile, l’etichetta multimediale e quella idrica, i certificati di qualità, i premi vinti, il baby bonus per le dipendenti), ma non è questo il punto. Il punto è mettere al centro della discussione cosa si intenda per “tradizione” e per “italianità”. Insistere sul Made in Italy circoscrivendolo alla mera territorialità è di grave pregiudizio per gli italiani, dicono i nostri. 

COME SI FA IL GRANA

Roberto Brazzale fa questo esempio per far capire come, al giorno d’oggi, occorra intendersi bene su cosa significhi “fare un prodotto italiano”:

«Cosa mi serve per fare il Grana Padano Dop a Vicenza? Nella fattoria gestita da una famiglia di bravissimi albanesi uso i trattori statunitensi della John Deere; i concimi della Basf tedesca; il potassio che arriva da Israele o dal Canada; le sementi francesi o americane o svizzere. Poi mi serve la mietitrebbia tedesca della Claas; una sala mungitura della Westfalia, tedesca; il podometro israeliano; il toro canadese, le vasche refrigeranti francesi. A guidare il camion Volvo (che marcia grazie al gasolio importato dalla Libia) che trasporta il latte in caseificio c’è il nostro dipendente serbo, al caseificio abbiamo il casaro moldavo che caseifica usando caglio danese e vapore ottenuto da metano siberiano o algerino, usa scrematrici tedesche e burrificatrici francesi. Alla fine abbiamo il prodotto, il formaggio su cui mettiamo la nostra bella etichetta che ne garantisce l’italianità. In realtà, la catena internazionale del valore è complicatissima anche per un prodotto marchiato “Made in Italy”, ed il valore aggiunto creato a favore del territorio è solo una quota parte, spesso minoritaria, del prezzo di vendita finale».

Allora la questione, ragionano i fratelli Brazzale, non è l’autarchia di facciata, ma cogliere l’opportunità di crescita offerta dalla globalizzazione sfruttando al meglio il gusto e il saper fare dei trasformatori alimentari italiani, «i più bravi al mondo», come dicono loro, a “trasformare” le materie prime in alimenti pregiati. «Noi siamo un paese molto povero di materie prime a causa della scarsità di superficie agricola utile ed, al contempo, un paese con un enorme potenziale di trasformazione nell’alimentare inutilizzato. Vogliamo restare bloccati da chi ha la terra e boicotta per speculazione ogni produzione italiana che non sia realizzata con materia prima originata sul territorio nel modo spiegato? Le materie prime per fare prodotti dell’arte italiana possiamo trovarle o produrle ovunque nel mondo, spesso migliori di quelle nazionali. Nel cuore dell’Europa in Moravia, ad esempio, controllando tutti i processi con nostri tecnici. I boicottaggi interessati e la disinformazione denigratoria sulle materie prime importate da parte del più grande sindacato agricolo italiano, la Coldiretti, e fatto proprio dalla politica e dallo stato, provocano un danno grandissimo al consumatore ed a tutta l’economia nazionale. Migliaia di disoccupati o sottoimpiegati potrebbero trovare eccellente impiego nella trasformazione di ottime materie prime realizzate all’estero e che l’Italia non potrà mai produrre».

NON VENDO SUFFISSI

Come ci disse Roberto Brazzale la prima volta che lo incontrammo:

«Chi ha detto che provenienza è sinonimo di qualità? Sono suggestioni sulle quali vivono gli enti certificatori, le corporazioni, i sindacati che hanno raccomandato l’anima al Made in Italy. Ma il Made in Italy, come è inteso, è la tomba del lavoro italiano e danneggia il consumatore perché ha una scelta minore, meno libera e consapevole: “bio”, “dop”, ma che vuol dire, più vicino, amico della natura, amico dell’organismo? Gli italiani sanno fare le cose buone ovunque ve ne siano le condizioni. Io non vendo suffissi, so riconoscere una terra buona, fertile, un clima ideale, un sistema zootecnico di altissimo livello quando ne incontro uno. Penso al consumatore».

PIÙ DIPENDENTI ITALIANI

Roberto ha lo spirito del pioniere, è un cowboy veneto con gli stivaloni che invita a ragionare partendo dai dati di fatto: «Siamo un paese con poco territorio coltivabile, dove la terra costa tanto, dove il foraggio ha il problema delle aflatossine. Abbiamo dunque necessità di fare rese molto alte, altrimenti non c’è compensazione di costi troppo elevati. In un mondo come quello di oggi, un’imprenditorialità del genere è destinata a soffrire, fino a scomparire. Ma allora, perché non ribaltare il paradigma? Perché non puntare tutto sullo straordinario talento italiano, il nostro gusto e la nostra capacità di “trasformare”, valorizzando culturalmente ed aumentando il flusso delle materie prime che vengono dall’estero, addirittura risalire la catena produttiva fino ad andare a prodursele nei luoghi ideali del mondo? L’occupazione e la ricchezza per gli italiani si espanderebbe geometricamente. Abbiamo potenzialità enormi sull’export ma vi rinunciamo perché siamo strutturalmente deficitari in quasi tutte le materie prime, nel latte del 45 per cento. Perché regalare questo mercato agli stranieri e rimanere meri consumatori sempre più poveri? Solo per sottostare agli interessi particolari di chi detiene la terra in Italia e pretende di legare il pregio del food al territorio e non agli uomini? E a chi mi rimprovera di aver delocalizzato dico: da quando faccio il Gran Moravia ho raddoppiato il numero di dipendenti italiani elevando i loro redditi e mansioni».

I Brazzale fanno il burro e il formaggio là dove ci sono le condizioni migliori. Stagionatura, confezionamento e distribuzione sono in Italia. Il modello funziona, cresce costantemente, vince la concorrenza delle grandi multinazionali, si pone come archetipo di un nuovo modo di fare Made in Italy come “Made by Italians”. E se avessero ragione loro?