Dsa aumentano perché esiste il problema. Lettera di risposta alla professoressa «sbigottita»

Un insegnante risponde all’intervento della professoressa Pellegrino pubblicato su tempi.it in merito ai Disturbi Specifici di Apprendimento. «È una rivoluzione, sì, ma in positivo»

Settimana scorsa abbiamo pubblicato una lettera della professoressa Margherita Pellegrino, insegnante a Segrate (Mi), molto critica sulla tendenza del nostro sistema educativo ad attribuire ogni difficoltà degli alunni a ipotetici disturbi mentali. Di seguito riportiamo un’altra lettera giunta in redazione e firmata da Tommaso Tornaghi, insegnante di Storia alla scuola media Massimiliano Kolbe di Lecco.

Scrivo in relazione all’intervento della professoressa Pellegrino in merito ai Disturbi Specifici di Apprendimento.

Non conosco la professoressa e non intendo essere polemico ma solo chiarire alcuni punti che, secondo me, nel suo articolo sono trattati con sufficienza.

Innanzitutto Disturbi Specifici di Apprendimento (dislessia, discalculia, disortografia, disgrafia) sono disturbi della capacità di apprendere diagnosticati solo ed esclusivamente in presenza di un quoziente intellettivo nella norma, in parole povere non esiste diagnosi di Dsa in presenza di un ritardo mentale .

Nell’articolo la professoressa afferma che i test di lettura e scrittura su cui si basa la diagnosi “hanno ben poco di scientifico”, non capisco questa affermazione; su quale evidenza si basa? Per la diagnosi occorre un’equipe formata da un neuropsichiatra infantile, un logopedista e uno psicologo: tre figure che non penso siano sempre e comunque in malafede e svolgano test “non scientifici”.

Nell’articolo si tratta un aspetto molto importante: si dichiara che “basta che un’insegnante non sappia insegnare per creare un alunno DSA”. La teoria di fondo (o almeno quello che mi sembra di capire) è che la scuola non insegni più a leggere, scrivere e far di conto e cerchi un capro espiatorio per le sue difficoltà, tra l’altro si insinua che ci sia una sorta di connivenza con psicologi e logopedisti per fornire “materiale umano” su cui lavorare a colpi di 80 euro a seduta.

Penso che la tesi sia totalmente da ribaltare partendo da un concetto importante.

Le diagnosi di Disturbi Specifici dell’Apprendimento aumentano perché il problema esiste e i docenti sono più attenti (fino a 10 anni fa nessuno sapeva che cosa fosse un dislessico e ancora oggi i passi da fare sono moltissimi). Troviamo conferma di questo nei paesi anglosassoni dove l’incidenza percentuale di questi disturbi è molto più alta a causa dell’opacità della loro lingua (l’italiano è per fortuna una lingua trasparente).

È vero invece che alcuni docenti utilizzano le diagnosi per evitare di compiere il proprio dovere e per avere una sorta di “scudo protettivo” per la propria incapacità; io credo però che sia scorretto mettere in dubbio l’esistenza della dislessia perché ci sono insegnanti disonesti e sleali.

Non è assolutamente vero, come dice la prof. Pellegrino, che basti individuare il disturbo e fare esercizio per correggerlo, purtroppo non esiste “medicina” efficace per i Dsa: come mi hanno insegnato fare esercitare di più un disortografico perché faccia meno errori di ortografia è come costringere un miope a sforzarsi di guardare meglio perché prima o poi vedrà oggetti più nitidi…assurdo.

È vero che la soluzione sta nella didattica e in un modo di fare didattica diverso, basato su immagini, schemi, mappe concettuali…, è una rivoluzione, sì, ma in positivo, finalmente ogni docente deve provare ad inventare un modo di insegnare che tenga desta l’attenzione di tutti, che permetta di imparare, questo lo farà mettere in gioco, lavorare e preparare lezioni sempre nuove e il più possibile provocanti per tutti: da docente non mi sembra un male, anzi….

Tommaso Tornaghi