Dilaga l’ansia tra le inglesi. Storia di Kelsey, che non voleva gettare «la maschera della super donna»

Il racconto di Linda, ex direttrice del magazine “She” e prototipo della donna in carriera: pensavo di avere tutto «ma la malattia mi ha aperto gli occhi»

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In Gran Bretagna il numero di donne che soffre di ansia è quasi raddoppiato rispetto a cinque anni fa. Secondo un nuovo sondaggio condotto da YouGov, più di una donna su cinque ha ammesso di avere questo problema. Il 22 per cento della popolazione femminile inglese è costantemente preoccupata per questioni ordinarie legate al denaro e al benessere dei propri cari: il denaro angoscia il 48 per cento delle donne, il benessere il 44 per cento.
Il Mental Health Foundation aveva rivelato che a soffrire d’ansia nel 2009 erano appena il 12 per cento delle donne.

BABY BOOMERS. Un dettaglio non trascurabile mostra come un terzo di tutti i ricoveri ospedalieri per ansia, 2.340 casi su un totale di 8.720 nel 2013, riguardi la generazione dei “baby boomers”. Linda Kelsey, ex direttrice del magazine femminile She, ha provato a spiegare al Daily Mail perché l’ansia colpisca soprattuto questa generazione parlando della sua esperienza.
Kelsey, perfetto prototipo della donna in carriera, si vede ancora seduta nel suo ufficio quando cominciò a provare per la prima volta attacchi di ansia: «Ero a capo della rivista “per le donne che sanno destreggiarsi nella vita”», perciò, «posso ancora rievocare la vergogna che mi prese. È solo ora, dopo vent’anni, che ho il coraggio di dire quanto fossi lontana dal piedistallo su cui pensavo di poggiare».

IL RACCONTO DI KELSEY. Kelsey viveva «senza perdonarmi nulla» ed essere colpita dalla depressione «fu come un segno chiaro che, come tante donne della mia generazione, stavo facendo troppo, troppo perfettamente, senza mai posare la maschera della super donna», tanto che «non sopportavo chi non poteva prendersi le sue responsabilità, certa che la depressione fosse giustificabile solo in caso di una vita terribile» o «di un trauma».

PENSAVO DI AVERE TUTTO. Invece Kelsey fu colta dall’esaurimento proprio quando aveva tutto ciò che riteneva necessario per essere felici: «Avevo molto: un lavoro fantastico, un partner che mi amava e sosteneva da 12 anni, il mio meraviglioso figlio di 8 anni, Thomas, buoni amici e soldi in abbondanza. Non ero inorgoglita, ma mi sentivo benedetta».
Appena qualcosa le sfuggiva di mano, però, si faceva prendere dall’ansia: «Ero sempre preoccupata per mio figlio, che era spesso colpito da un mucchio di malattie infantili» e «mentre il mio giornale andava bene (le vendite erano salite del 40 per cento da quando avevo preso il comando 5 anni prima), per la prima volta la diffusione cominciò a scendere leggermente e sentivo la pressione di dover raddrizzare il tiro».

TERAPIA E ANTIDEPRESSIVI. Kelsey fece finta di nulla, tirando avanti senza parlarne con nessuno e pensando che avrebbe superato il problema. «Ma cominciai ad alzarmi durante la notte palpitante (…) convinta di esser sull’orlo di un infarto». Fino alla scelta inevitabile di andare dal medico: «Gli antidepressivi mi facevano sentire più confusa. Trovai la via giusta grazie a uno psichiatra che disse che avevo bisogno di un periodo di riposo prolungato (…), ho passato tanto tempo nauseata (a causa delle pillole). Provai con una disciplina simile allo yoga, con la terapia di gruppo, cominciai a fumare, a prendere il valium e le pillole per dormire».
Fra i ricordi più dolorosi c’è quello del figlio quando «mi disse: “Mamma, giocare con te mi manca”. E il mio cuore già spezzato si ruppe ancora di più». Poi l’esperienza della ripresa e della seconda caduta, fino al pensiero che «chi mi amava, compresi mio figlio e il mio partner, sarebbero stati meglio senza di me. Non volevo morire davvero, ma di fatto non sapevo più come si fa a vivere».

ACCETTARE DI «AVERE BISOGNO». La situazione peggiorò a tal punto che «il mio psichiatra suggerì l’elettroshock (…). Mi sembrava terribile e barbaro. Resistetti, insieme alla mia famiglia». Da quel momento le cose cominciarono a migliorare e se «la psicoterapia non mi aveva fatto molto bene, la terapia cognitivo-comportamentale diede risultati migliori». Oggi, dopo circa 15 anni di cure, la donna sa che «sarò sempre una persona ansiosa», ma non pensa più che questa sia «una colpa», perché «sono cresciuta e ho capito che non era un segno di codardia né che dovevo vergognarmi di parlarne».
Dopo cinque anni senza prendere medicine, Kelsey ha capito che «la mia depressione [era] evitabile e che avrei potuto schivare l’esaurimento se avessi fatto attenzione prima a ciò che il mio corpo e il mio cervello cercavano di dirmi. Ma è dura capire quando fermarsi. Ci vuole coraggio per lasciare la carriera, soprattutto quando ti sei impegnata per scalare la vetta, ancora di più ammettere con te stessa e con quelli che ti stanno intorno che sei lontana dall’essere infallibile e che hai bisogno di aiuto». Per questo «oggi sono grata del richiamo che è stata la mia malattia», conclude Kelsey. Perché dipendendo «mi sento viva come mai prima d’ora».

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