Don Vito a Gomorra, la satira del centro Impastato su Ciancimino e Saviano

Massimo Ciancimino e la “Spectre” para-mafiosa che non è mai esistita. Il “televangelizzatore” Roberto Saviano e la gaffe su Peppino Impastato mai rettificata (e costata pure una querela). Le icone dell’antimafia moderna al centro del libro Don Vito a Gomorra di Umberto Santino, presidente del centro di documentazione “Peppino Impastato”

 

 

È appena arrivato in libreria un pamphlet dal simpatico titolo: Don Vito a Gomorra. Tanto più curioso perché l’autore è Umberto Santino, il presidente del centro di documentazione “Peppino Impastato”, il primo centro nazionale di ricerca e studio della mafia. Santino è uno che se ne intende, quindi: perciò la cosa più curiosa è il contenuto del libro, una satira di due “icone” dell’antimafia (icone presunte, e di certa antimafia, ma comunque due intoccabili), Massimo Ciancimino e Roberto Saviano. Santino, che intanto sta preparando la presentazione del suo nuovo libro (“Storia del movimento antimafia”, il 7 novembre prossimo a Roma) al telefono con Tempi.it di questo suo pamphlet, dice, tra un sospiro e un sorriso: «È una battaglia persa, ma l’abbiamo fatta ugualmente..».

 

Perché “una battaglia persa”? E perché l’ha fatta?
È una battaglia su due fronti. Il primo è quello esplicitato dal sottotitolo del pamphlet, “Mafia e antimafia, tra papelli, pizzini e best seller”.  L’altro è quello per la verità sul delitto Impastato. E su questo secondo fronte, come vedremo, abbiamo perso, ma non potevamo non fare la nostra battaglia. Sul primo non è detto. Combatto perché  appaia un’idea di lotta alla mafia diversa da quella dell’eroe solo e santo che evangelizza all’antimafia, o del “demiurgo”, dell’entità che con la mafia realizza trattative misteriche, come quella raccontata da Francesco La Licata e Massimo Ciancimino nel libro Don Vito, dove la mafia è ridotta a cinque o sei persone che complottano e decidono. La mafia per noi è un fenomeno ben più complesso, stratificato e creato da molte più persone che non le singole famiglie. A me, quando sento parlare di “entità” come fa Massimo Ciancimino, mi viene l’orticaria.

 

Ci dica perché
Perché è evidente che nelle indagini non c’è niente e si inseguono i fantasmi. Ecco perché si è arrivati a parlare della Spectre, in salsa sicula. Massimo Ciancimino lo fa citando il famoso signor Carlo-Franco-Gross, un misterioso agente dei servizi segreti di cui Massimo non ricorda il nome e che avrebbe condotto la trattativa Stato-Mafia insieme al padre. Dopo lunghi tentennamenti, Massimo Ciancimino ha poi dato un nome a questo misterioso agente dei servizi deviati, che sarebbe stato addirittura l’ex capo della Polizia, Gianni De Gennaro, che lo ha querelato per diffamazione.

 

Però l’attendibilità di Massimo Ciancimino è stata difesa più volte pubblicamente, sino all’episodio De Gennaro, dalla Procura di Palermo, in particolare dal sostituto procuratore Antonio Ingroia
Ingroia, che ha partecipato alla presentazione del libro a Palermo, in quell’occasione ha detto che alcune dichiarazioni di Ciancimino sono state riscontrate e altre non lo sono. Questo mi sembra corretto, non sono dell’avviso che di Ciancimino tutto sia da buttare. Ma non sono assolutamente d’accordo con la ricostruzione che lui dà del ruolo del padre Vito (l’ex sindaco di Palermo, protagonista del famoso “sacco”), presentato come protagonista della storia del 900 al centro di tutti gli eventi del mondo. Non sono d’accordo nemmeno con la presentazione della trattativa come un fatto nuovo, perché la connivenza tra mafia e istituzioni è documentata da tempo (ad esempio fin da quello che chiamo “fenomeni premafiosi” documentabili già nel XVI secolo: trattative e interazioni fanno parte della storia fin dalle origini). E non sono d’accordo quando dice che Vito Ciancimino è figlio della cultura mafiosa di Corleone, il suo paese d’origine, perché la cultura di Corleone è principalmente incentrata alla lotta alla mafia,  è stata una capitale delle lotte contadine, a partire dai Fasci siciliani di fine Ottocento: Ciancimino voleva fare affari e carriera e si è messo con la mafia per scelta non per necessità.


Però c’è il caso Contrada: è stata chiesta la revisione del processo a Bruno Contrada, perché in un suo libro (L’Olimpo degli dei) Antonio Ingroia pubblicò interrogatori di Ciancimino che non aveva mai depositato e che darebbero nuove versioni dei fatti per cui è accusato Contrada. Poi c’è il caso Caltanissetta: la procura di Palermo e quella nissena hanno combatutto a lungo proprio sull’attendibilità di Ciancimino, che i magistrati palermitani difendevano a spada tratta. L’antimafia dei pizzini che lei denuncia non è figlia  di questa procura?

Per quanto riguarda Contrada, posso solo dire che spesso nelle indagini sulla mafia ci sono stati giri molto pericolosi di do ut des. Mafiosi che confidano informazioni per avere qualcosa in cambio e in questo modo si sono realizzate complicità. Questo per quanto riguarda la polizia. Per la magistratura, starei attento a parlare di connivenze, perché ci sono stati magistrati che hanno perso la vita. Le dialettiche tra le procure sono normali,  ma ci sono dettagli – sui particolari che emergono dalle dichiarazioni di Ciancimino, come di qualcun altro – che vanno indagati e riscontrati con la massima attenzione.

 

E per quanto riguarda l’altra antimafia di cui ironizza nel pamphlet?
È “l’antimafia da sacerdote”, quello della parola contro la mafia, il vangelo, il logos dello scrittore antimafia, l’eroe e martire. L’antimafia rappresentata cioè da Roberto Saviano. Se la mafia è stratificata, allora l’antimafia è corale, popolare, una lotta a cui partecipano tutti. Ma come si comporta Saviano? Nel 2010, nel suo libro La parola contro la camorra, ha scritto che è stato il film I Cento passi a far riaprire le indagini per la morte di Peppino Impastato. Un fatto clamorosamente contrario alla verità storica. Il film è uscito nel settembre del 2000 mentre le indagini sul delitto Impastato sono state aperte, chiuse e riaperte molte volte e i processi contro i mandanti dell’assassinio sono cominciati prima del film. Nel 1998 siamo stati proprio noi a chiedere alla Commissione parlamentare antimafia di indagare sul depistaggio e la relazione che confermava le nostre accuse a rappresentanti delle forze dell’ordine e della magistratura è stata approvata nel 2000. Il film non ha avuto nessuna influenza da questo punto di vista. La ricostruzione di Saviano è stata quantomeno grossolana e superficiale: perciò abbiamo chiesto una rettifica alla casa editrice Einaudi. Che ci ha risposto con una lettera che è una minaccia. E poi Saviano ha querelato Liberazione, perché aveva ripreso la nostra richiesta. Ora del mio libro non ne parla nessuno, perché è scattato il cordone sanitario.

 

Un’atteggiamento intimidatorio di stampo mafioso?
Sì, la lettera di Einaudi è intimidatoria. E la querela di Saviano è un ricorso alla giustizia penale di chi si sente diffamato, quando nella realtà è lui a dire cose non vere. La verità è che era difficile per Saviano rimangiarsi tutto. Nel suo libro sostiene l’importanza della parola-vangelo “antimafia”, dello scrittore che con il suo verbo cambia le cose. Se avesse fatto marcia indietro sul suo errore, gli sarebbe crollato tutto il castello. Ho visto anche “Vieni via con me” e anche in quel caso ha fatto ricostruzioni superficiali, grossolane, come quella della macchina del fango scatenata contro Giovanni Falcone. Le cose sono andate diversamente. Io contesto il personaggio che predica in televisione, con un grande seguito, che si atteggia da “santo”, da evangelizzatore.

 


Stasera parte, in un circuito di tv locali, satellite e web, il nuovo programma di Michele Santoro. È stato lui con il suo Annozero a lanciare il fenomeno Ciancimino di cui sopra. Anche Santoro è un evangelizzatore dell’antimafia?

Nel libro non parlo di Santoro. Però mi viene da osservare una cosa: il Centro Impastato esiste da 35 anni, facciamo ricerca, operiamo nelle scuole e siamo presenti sul territorio. Le nostre analisi si sono dimostrate le più adeguate, come quelle sulla borghesia mafiosa e sul sistema di rapporti della mafia. Siamo totalmente autofinanziati, a differenza di altri centri e associazioni che accettano le logiche clientelari di erogazione del denaro pubblico. Già questa sarebbe una notizia. Ma Santoro non ha mai parlato di noi, forse siamo poco telegenici.