Don Rigoldi: «So che i tre quarti degli italiani sono forcaioli ma i carcerati vanno aiutati a cambiare»

Per il cappellano del carcere minorile Beccaria di Milano bisogna ridurre il numero di persone finite in carcere per reati da poco. Un modo è «farli lavorare» così che «la punizione non sia a costo delle nostre tasse e di una vita disfatta»

«Il carcere è pieno di gente, di povera gente. La legge è uguale per tutti, ma se uno non ha l’avvocato ha già finito di essere uguale agli altri e molti detenuti non hanno neanche gli strumenti per difendersi». Lo ha detto don Virginio “Gino” Rigoldi, cappellano del carcere minorile Cesare Beccaria di Milano, all’incontro promosso da Tempi, Panorama e Radio Radicale, Giustizia? Esperienze a confronto per una riforma.

CAMBIARE LA LEGGE SULLE DROGHE. Don Rigoldi ha denunciato la presenza di leggi che riempiono le carceri. «La prima legge “carcerogena” è la Fini-Giovanardi», che deve essere cambiata perché non si può equiparare le droghe dal punto di vista penale: «Avere tre grammi di eroina o avere tre grammi di “fumo” è tutta un’altra storia» ha spiegato. Bisogna cambiare le penalizzazioni perché «più del 25% dei detenuti è in carcere per motivi di droga e qualche volta per fatti che appartengono al vissuto giovanile».
Bisogna rispondere a questo problema «lasciando a casa il moralismo», facendo «educazione e prevenzione» perché per queste persone «il carcere non funziona ed è costoso, anche per la loro crescita».

I PROBLEMI DELLA RECIDIVA. Un’altra legge che va modificata è la «ex Cirielli perché moltiplica la pena in rapporto alla recidiva» aumentando il numero di detenuti per piccoli reati. «A Opera ho trovato un negrone grande e grosso beccato per tre volte a vendere cd contraffatti. Gli hanno dato tre anni e sei mesi. Il minimo della pena è un automatismo», ha spiegato.
«Un’altra cosa che non funziona – continua – è l’esecuzione penale. I processi penali in media durano cinque anni e quando sono finiti magari una persona ha formato una famiglia, ha lavorato, è cambiato». Come accaduto a due gemelli: «Cinque anni fa hanno tentato di rubare una bicicletta. Quattro mesi gli hanno dato. Abbiamo fatto fuoco e fiamme e sono stati dentro un mese e mezzo. Nel frattempo però hanno perso il lavoro e il contesto in cui si erano inseriti è andato a gambe all’aria».

LAVORI DI PUBBLICA UTILITÀ. Ma ci sono anche aspetti positivi. A Milano un’iniziativa presentata proprio da don Rigoldi, e che sarà attuata entro la prossima primavera, potrebbe aiutare a riequilibrare un sistema che non funziona più: «Vogliamo creare un’agenzia che abbia un portafoglio per lavori di pubblica utilità affinché questo tipo di reati trovi una risposta punitiva» nell’affidamento all’agenzia e non alla carcerazione. In questo modo, la punizione «non sarà a costo dello Stato, delle nostre tasse e di una vita che viene disfatta». Ma che tipo di lavori? «Milano è piena di sporcizia e di muri pitturati, che mai il Comune avrà i soldi per pulire, e a volte nemmeno il privato».
Dunque, secondo il cappellano del Beccaria, «questa agenzia eviterebbe che tanta povera gente vada in carcere per reati che sono oggettivamente modesti». «Milano, la Lombardia, l’Italia» sono purtroppo «per tre quarti forcaiole». Tre quarti delle persone dicono: «Bisogna punire!», ma quello che occorre fare è «aiutare la gente a cambiare». «Per i cristiani si chiama misericordia: prendere le persone così come sono e cercare di portarle a essere diverse». Questo non è « un buonismo insensato», ha concluso don Rigoldi, ricordando invece che la rieducazione è l’obiettivo della pena.