Diversi modi per far fuori i cristiani. Da quello rozzo (col machete in Nigeria) a quello raffinato (con l’Imu)

Nell’Ottocento a Torino parlavano di esproprio dei beni ecclesiastici. Oggi invece, impara caro nipote, il “bene comune” passa da Bruxelles.

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Mio caro Malacoda, vorrei che tu imparassi a muoverti con più raffinatezza nella meritoria attività di persecuzione dei cristiani. È vero che la stampa occidentale non se ne cura, possiamo ammazzarne decine ogni domenica in Nigeria e i “cani da guardia del potere” non vanno oltre il trafiletto o l’isolato sporadico appello di qualche penna liberale più sensibile di altre, ma alla lunga questo modo di procedere così spudorato potrebbe risultare controproducente. Già qualcuno ha calcolato che nell’anno trascorso i cristiani morti per il semplice fatto di essere tali sono stati 105 mila. Altri, nel caso un importante porporato, hanno denunciato che tra il 2000 e il 2007 sono stati ben 123 i paesi in cui si è verificata una qualche forma di persecuzione religiosa, e che il numero è in continuo aumento.

Ci sono metodi meno brutali, certo con risultati più sul lungo periodo ma anche senza la controindicazione del sangue dei martiri seme di nuovi credenti. Si può perseguitare qualcuno senza che il perseguitato possa gridare alla persecuzione: o perché non se ne accorge o perché la persecuzione non è diretta alla persona ma a una sua possibilità espressiva non considerata un diritto fondamentale o, ancora, perché la persecuzione si maschera da giustizia.

L’Occidente libero ha in questo molto da insegnarci. Vedi, ad esempio, la riforma sanitaria di Barack Obama negli Stati Uniti: una giusta e sacrosanta estensione del “diritto alla salute” a tutti i cittadini, che comprende, tra l’altro, il diritto alla contraccezione, all’aborto e alla sterilizzazione con il conseguente obbligo per le istituzioni religiose che diano lavoro a cittadini americani (specialmente ospedali e scuole) di offrire ai propri impiegati polizze di assicurazione sanitaria che includano appunto contraccettivi, abortivi e procedure di sterilizzazione. I vescovi d’oltreoceano si sono lamentati: «È una ferita alla libertà religiosa», e dal loro punto di vista non hanno tutti i torti, la legge (non la brutalità di vili attentatori) e il “principio di uguaglianza” impongono loro o di obbedire, e quindi nei fatti di venir meno alla propria identità, o di rinunciare all’azione sociale e sanitaria, cioè alla presenza pubblica.

Vuoi un altro esempio? L’imposta italiana sugli immobili, più nota come Imu. Qui un combinato disposto tra meritoria campagna di stampa sui privilegi ecclesiastici andata avanti per mesi (altro che trafiletti sulle bombe nigeriane contro le chiese), una legge del governo “tecnico”, e l’immancabile “ce lo chiede l’Europa” che altrimenti minaccia sanzioni, ha messo nei guai parrocchie, oratori ed enti religiosi. Il principio è semplice: io non nego il tuo diritto a esistere, ti metto nelle condizioni economiche di autolimitarti nella tua presenza sociale. Vuoi essere esente dal pagamento dell’Imu? Sottoscrivi un regolamento che dice che non sei un ente commerciale anche se fai assistenza e che in caso di scioglimento i tuoi beni saranno destinati a “enti di pubblica utilità” che operano nel tuo stesso campo. Ti è chiaro il messaggio nipote? Non mi paghi la tassa che ti mette in difficoltà, ma io Stato metto un’ipoteca di fatto sui tuoi immobili. Nell’Ottocento erano più rozzi e a Torino parlavano di esproprio dei beni ecclesiastici. Oggi invece, impara caro nipote, il “bene comune” passa da Bruxelles.

Tuo affezionatissimo zio Berlicche

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