Disabilità discriminata

I portatori di handicap sono la categoria più discriminata, in particolare i disabili che frequentano le scuole paritarie.

Il problema del disagio e dello svantaggio dato dall’handicap, problema visto non soltanto alla luce dei bisogni che ciascun disabile porta con sé, non soltanto dal punto di vista della necessità di una attenzione forte verso il portatore di handicap, attenzione che resta ancora fortemente incompiuta, ma soprattutto alla luce della dignità umana che il limite fisico e psicologico, il limite umano che l’handicap comporta, non possono né ridurre, né scalfire. L’handicap ci sollecita più che mai ad una riflessione sul valore della persona e delle sue relazioni in una dimensione in cui il sociale, lo specialistico, il tecnico, il docente, l’educatore, non escluso il politico, devono essere percepiti e vissuti in un orizzonte di impegno civile ed etico.

L’handicappato non è un disadattato: lo diventa se ciò che lo circonda – famiglia, scuola, ambiente, comunità – non gli consentono di sviluppare al massimo le sue potenzialità, che pur nella condizione di disagio, sono molteplici e non trascurabili. Egli è una persona – non una entità marginale – e in quanto tale, ha una sua dignità, è portatore di diritti e di doveri, è un valore in sé e non per concessione altrui. Purtroppo, nella realtà, incontra ancora non pochi ostacoli, in parte dovuti a condizioni oggettive, in parte riducibili a insufficienti possibilità personali e strutturali.

Ogni persona, ognuno di noi, anela ad un bene sempre più grande: in quest’ottica occorre operare. Il portatore di handicap – pur in una condizione di disagio multiforme – ha il diritto di percepire il suo presente e il suo futuro attraverso dinamiche personali e sociali che gli garantiscano un’esistenza impegnata e costantemente orientata. Ha il diritto di sentirsi accolto, sostenuto, di trovare motivi concreti di speranza. È quindi necessario trovare tutti gli strumenti necessari per aiutare al meglio le persone soggette a svantaggio fisico, psicologico e sociale. Si tratta di identificare obiettivi al fine di sostanziare e articolare ulteriormente non solo la rete di servizi, ma anche l’azione formativa e informativa, culturale e educativa, nel contesto comunitario e socio-politico. In parole più semplici, va attivata tutta una catena di sostegni atti a lenire lo svantaggio nell’indipendenza fisica, a migliorare l’autonomia nella cura e il sostegno nelle attività quotidiane, il tutto tese a scardinare la logica dell’egoismo, dell’utilitarismo, dell’edonismo che sorreggono l’emarginazione, la delega deresponsabilizzante e la retorica pietistica caratterizzanti ancora l’attuale contesto sociale. In parole più semplici, al portatore di handicap va riconosciuto appieno il diritto ad una vera cittadinanza.

Dobbiamo avere il coraggio di riconoscere che i portatori di handicap rappresentano la categoria più discriminata: sono soggetti a molte situazioni di disagio sia in campo sociale, che nel settore scolastico e professionale. Purtroppo a livello politico-amministrativo la disamina della loro situazione – variegata e profondamente condizionante – non viene assunta e trascurati tutti i fattori, sia giuridici che economici, che li riguarda. A livello sociale innumerevoli e irrisolte sono le barriere architettoniche che limitano i loro movimenti; a livello operativo difficile per loro trovare soluzioni occupazionali, se non attivate da gruppi di volontariato che del loro problema si sono e si fanno carico mediante attivazione di luoghi di lavoro; e livello economico, la loro disabilità non viene considerata come dovrebbe, quasi fosse la disabilità una condizione emarginante; a livello scolastico i disabili spesso vengono privati del doveroso sostegno culturale, e quando così non è, il sostegno da parte di docenti specialisti trova una limitazione di orario, lasciando spesso i disabili in situazione di abbandono durante l’orario delle lezioni con l’aggravante di una pesante discriminazione di quei cittadini disabili – alunni e studenti – che intendono scegliere una scuola diversa da quella gestita dallo Stato, e quindi condizionati da remore di ordine assistenziale, culturale ed economico da parte di uno Stato insolvente.

Il paradosso costituzionale del “senza oneri” va ad incidere sulle scuole non statali cosiddette “paritarie”, ma vanno a danneggiare particolarmente e fortemente i portatori di handicap nei loro diritti di avere sostegno formativo ed economico in quanto cittadini. Le scuole paritarie che hanno deciso di fruire della Legge 62/2000 – Norme per la parità scolastica e disposizioni sul diritto allo studio e all’istruzione – sono tenute ad applicare le norme vigenti in materia di inserimento di alunni e studenti con handicap o in condizioni di svantaggio, come previsto dalla Legge 104/1992 – Legge-quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate – e successive integrazioni, sono obbligate ad accettare l’iscrizione degli alunni con disabilità, pena la perdita della parità ottenuta, e devono garantire il diritto allo studio accogliendo di un alunno disabile la domanda di iscrizione; l’eliminazione delle barriere archiettoniche presumibilmente presenti nella scuola; il personale ausiliario per l’assistenza igienica e l’igiene personale di tali alunni. 

La legge 104/1992 pone in essere anche il sostegno economico, sostegno che lo Stato, tuttavia, non garantisce. Le scuole paritarie, se vogliono attenersi agli obblighi dettati dalla legge, devono sopportare l’onere derivato dall’assunzione di insegnanti specializzati di sostegno: così lo Stato viene meno ad un preciso obbligo da esso stesso impostosi. I genitori che chiedono di iscrivere i propri figli portatori di handicap ad una scuola paritaria sono infatti tenuti a pagare la retta normale prevista per tutti gli altri alunni, con costo aggiuntivo eventualmente richiesto dalla scuola per i servizi imposti dalla legge a favore dei disabili.

Mentre nelle scuole statali le spese, per garantire l’istruzione di sostegno agli alunni in situazioni di handicap secondo le esigenze dettate dalla disabilità degli stessi, sono sostenute direttamente dallo Stato (anche se in modo non certamente esauriente), le spese di sostegno agli alunni in condizione disabile frequentanti le scuola non statali paritarie sono sostenuti direttamente dagli stessi istituti, ovvero dalle famiglie interessate.  Evidente la discriminazione nei loro confronti. Tutto questo determina una situazione di illegittimità, in contrasto con le norme dettate in tema di diritto all’istruzione e alla parità scolastica e in violazione del principio costituzionale di uguaglianza. Quando si invoca “giustizia”, crediamo debba essere messo in conto anche i doveri dello Stato nei riguardi dei cittadini tutti. Ricordiamo anche che, ai sensi dell’art. 34-comma 1, e 38-commi 3e 4, della Costituzione, è compito della Repubblica garantire e promuovere il pieno sviluppo della persona umana mediante un proficuo inserimento nell’istruzione scolastica. E in ciò appunto confortati dalla legge 104/1992 – Legge quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate – che ha dato attuazione ai predetti precetti, e data l’indispensabilità dell’insegnante di sostegno e quindi la non facoltatività di questo servizio.

Ne consegue il diritto soggettivo del portatore di handicap che non muta in base al tipo di scuola prescelta, e il diritto istituzionale della scuola paritaria in risposta all’obbligo che è tenuta a rispettare se vuole mantenere la condizione di scuola paritaria, al sostegno statuale degli insegnanti specialisti, accollandosi l’onere economico. Cosa che lo Stato non fa. La necessità di una totale integrazione scolastica dei disabili va attuata nel rispetto dei loro diritti di scelta degli ambiti in cui promuovere la propria crescita umana e culturale, nonché nel rispetto totale delle leggi vigenti che prevedono sostegni finalizzati a far superare stati di emarginazione e di esclusione. La discriminazione dei portatori di handicap è assolutamente palese, e merita una doverosa attenzione certamente prioritaria rispetto alle tante presunte discriminazioni di altro genere. Purtroppo siamo di fronte ad una situazione nella quale lo Stato e i suoi organi periferici, non sono garanti della libertà di ognuno e di tutti, quale condizione ineludibile, e permangono nel mortificare i disabili, cittadini  più deboli e maggiormente bisognosi di aiuto e di dignità sociale. 

Crediamo che nella gestione del potere democratico e nell’aiuto alla crescita della comunità, debbano essere guardate attentamente le priorità, così come avviene in ogni famiglia di fronte ai problemi e alle necessità esistenziali. Crediamo anche che i diritti debbano essere coniugati con i doveri rispettosi di ognuno e di tutti: con uno sguardo a tutelare  la convivenza umana, regolata secondo norme morali e comportamentali di una democrazia fondata sulla libertà e su autentici ed universali valori esistenziali.

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