Dio, patria, famiglia. Una risposta a Monica Cirinnà

«Che vita de merda!», scrive su un cartello la senatrice del partito democratico.

«Dio, patria e famiglia: che vita de merda!»: questo il tenore letterale del messaggio contenuto in un cartello esposto dalla senatrice Monica Cirinnà per esternare tutto il suo “disappunto” nei confronti di chi crede in quella triade.

Senza dubbio la forzata stringatezza di un cartello non concede spazio ad articolate riflessioni, sebbene si possa rilevare che la raffinatezza estrinseca della parte conclusiva del messaggio espliciti più che lo spirito satirico tradotto in una semplice battuta tesa a suscitare l’ilarità del volgo, lo sfogo di una ancestrale emotività diretta a sostituire ogni eventuale razionalità per una critica più che intellettualisticamente sofisticata, anche soltanto brevemente ponderata.

Tralasciando le questioni di stile, che per Edward Gibbon è «l’immagine della personalità», e auspicando l’accoglimento dell’invito di Nietzsche per il quale «migliorare lo stile significa migliorare il pensiero», seppur con fatica si può prendere sul serio il tutto e con ciò misurarsi.

A partire dal contenuto del suddetto cartello appare inevitabile chiedersi: sarebbe davvero auspicabile, in quanto migliore, una vita senza Dio, senza patria e senza famiglia?

In riferimento a Dio: se per un verso Marx ha provato a convincere i suoi seguaci che la religione è strumento ennesimo di crudele oppressione sociale, e, per altro verso, Freud ha tentato di persuadere i suoi adepti che la religione è fantasiosa espressione della repressione psichica, l’intero corso del XX secolo, in cui in diversi momenti e da parte di distinte fazioni rosse e nere si è tentato di estromettere ogni riferimento alla trascendenza in genere e a Dio in particolare, ha dimostrato di quali nefandezze l’umanità è capace allorquando si elide radicalmente il riferimento a Dio dalla storia e dall’agire dell’uomo.

Aveva ragione, dunque, non tanto e non solo il salmista, allorquando ebbe a scrivere che è «beata la nazione che ha il Signore come Dio» (Sal., 32,12), quanto specialmente una vivacissima intelligenza come quella di Thomas Eliot per il quale «se si esclude Dio si dovranno onorare Hitler e Stalin».

Comprendere queste elementari dinamiche alla luce del dato storico significa non già avere fede, ma esercitare l’intelligenza al grado più alto poiché, come ha notato un laicissimo Piero Martinetti, «questo senso di sottomissione ad un ordine divino crea una disposizione nuova dello spirito che in sé accoglie, purificati ed elevati, tutti i doveri della vita individuale e sociale, dando anche all’ultimo di essi un carattere ed un valore religioso. Allora noi comprendiamo anche meglio il senso profondo della nostra sottomissione alla ragione».

In riferimento alla patria: sebbene la tradizione politica di una parte dell’Italia provenga dalla storia di un partito che come il Pci affidò la sua guida a Palmiro Togliatti il quale nel 1930, come è noto, ebbe a dichiarare pubblicamente che «è motivo di particolare orgoglio per me l’aver abbandonato la cittadinanza italiana per quella sovietica. Io non mi sento legato all’Italia come alla Patria, ma mi considero cittadino del mondo, di quel mondo che noi vogliamo unito a Mosca agli ordini del compagno Stalin. È motivo di particolare orgoglio aver rinunciato alla cittadinanza italiana perché come italiano mi sentivo un miserabile mandolinista e nulla più. Come cittadino sovietico sento di valere diecimila volte di più del migliore cittadino italiano», occorre anche ammettere che l’idea di patria non appartiene soltanto ad una parte degli italiani, ma a tutti, come si evince dal fatto non trascurabile che la stessa Costituzione – forgiata dalla volontà dei padri costituenti di diversa estrazione sociale, politica e ideologica – sancisce espressamente all’articolo 52 che «la difesa della Patria è sacro dovere del cittadino».

L’idea ingenua che non debba esistere la patria, dunque, oltre che contraria alla cultura costituzionale italiana, risulta contraria alla stessa natura della comunità politica, poiché l’idea di patria non è un mero retaggio ideologico del passato, ma un valore la cui vitalità anima e consacra la comune discendenza civile, storica e culturale di un intero popolo il quale, come una famiglia, per l’appunto, può difendere i propri interessi e i propri diritti solo attraverso la patria, in quanto quest’ultima è, con le parole di Gian Enrico Rusconi, «una collettività storica che ha tutto da perdere dalla propria disgregazione».

In riferimento alla famiglia: in primo luogo sorprende che la senatrice Cirinnà il cognome della quale è formalmente e ufficialmente ascritto ad una legge come quella disciplinante le unioni civili che intende estendere le tutele giuridiche della famiglia a quelle conformazioni sociali non tutelate dall’articolo 29 della Costituzione, ma dall’inattuato articolo 2 della stessa – come del resto precisato dalla Corte Costituzionale nella celebre sentenza 138/2010 – si professi apertamente ostile alla famiglia, lasciando sospettare che forse avevano ragione alcuni dei suoi “perfidi” detrattori allorquando denunciarono che la suddetta operazione legislativa fosse espressione di un attacco diretto alla famiglia che adesso, anche se tardivamente, si palesa, seppur tramite uno scarno, ma denso cartello, in tutta la sua reale virulenza.

In secondo luogo: l’idea che la famiglia debba essere abrogata rivela non soltanto una opaca visione ideologica dello Stato e della comunità politica, ma anche e soprattutto una pericolosa minaccia per la democrazia.

Lo Stato e la comunità politica, infatti, non potrebbero sussistere senza l’istituto della famiglia poiché, come già aveva riconosciuto Aristotele, è la famiglia il nucleo fondante dell’aggregazione politica e giuridica su cui lo Stato si regge.

L’istituto della famiglia, tuttavia, non è un reperto archeologico o un puro concetto astratto, rappresentando, piuttosto, un vero e proprio cardine fondamentale del tessuto democratico di una società, e ciò per almeno due ragioni, una storica e una etica.

Quella storica si ricava sempre dall’esperienza del XX secolo in cui il totalitarismo, sia nella sua variante comunista che in quella nazista, ha attecchito nella sua anti-umana irruenza proprio attaccando e distruggendo la famiglia; con la disintegrazione di questa, infatti, si è potuto impossessare in modo totale dell’individuo e ha potuto manipolarlo secondo le impellenze ideologiche della presunta razza pura da condurre al dominio globale o della presunta redenzione della classe oppressa da liberare tramite la rivoluzione.

Sotto il profilo etico (anche in senso puramente non religioso), invece, la famiglia non è eliminabile poiché essa traduce la naturale relazionalità dell’essere umano il quale proprio nell’alveo famigliare non soltanto sperimenta le modalità primarie di interazione – anche emotiva – con altri suoi simili, ma per di più scopre che il suo essere è un essere relazionato, un essere come “essere-con”, comprendendo quindi di non essere né un titano che può dominare con il proprio capriccio su tutti gli altri, né una monade isolata che dagli altri può essere trascurata e dimenticata; nella famiglia, primariamente ed esclusivamente, cioè, si rivela in tutta la sua luminosa forza veritativa l’umanità del proprio essere e l’essere della propria umanità.

Peccato che Monica Cirinnà non avverta l’elegante bellezza di una tale armonia del creato, e peccato che, qualora l’avverta, decida deliberatamente di militarvi risolutamente contro, opponendosi così non tanto e non solo ad una religione, o alla Chiesa, né ad una fazione più o meno conservatrice della società, quanto semmai ai più essenziali e irrinunciabili fondamenti della società medesima, cioè, per l’appunto, Dio, patria e famiglia, ovvero gli stessi che garantiscono quello spirito democratico che può consentirle di esprimere il suo dissenso seppur manifestato nelle predette “mefitiche” forme.

Foto Ansa