Di nuovo a rischio i fondi per le scuole paritarie. La loro chiusura «costerebbe caro al nostro Paese»

Un cavillo burocratico rischia di far saltare 120 milioni, pari a un quinto dei fondi destinati alle scuole paritarie per il 2014. Presentati quattro emendamenti per evitare l’«emergenza sociale». Intervista all’onorevole Simonetta Rubinato (Pd)

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C’è una tagliola in Parlamento in cui rischiano di rimanere intrappolati almeno 120 milioni di euro destinati alle scuole paritarie. Un quinto della misera cifra di 530 milioni di euro che ricevono ogni anno dallo Stato italiano, che destina alle paritarie solo l’1 per cento di quello che spende per l’istruzione pubblica. È una trappola che, se dovesse scattare, rischierebbe di «costare assai cara al nostro Paese», spiega a tempi.it l’onorevole Simonetta Rubinato, deputata veneta del Pd, firmataria di quattro emendamenti insieme a Gian Luigi Gigli di Per L’Italia, che ora stanno provando a disinnescarla. Perché il costo di una simile sforbiciata significherebbe la morte per «asfissia di tante scuole paritarie, soprattutto tra le materne», prosegue Rubinato, che in tutta Italia ospitano «circa 600 mila studenti, di cui 90 mila solo in Veneto», e danno da lavorare a «45 mila insegnanti di cui 9 mila in Veneto».

Sarebbe un duro colpo per le paritarie?
Ci troveremmo di fronte a una vera e propria emergenza sociale. Non solo per le paritarie, che, vale la pena ricordarlo, fanno parte a pieno diritto del sistema dell’istruzione pubblica, ma per l’intera collettività. È noto quanto fanno risparmiare allo Stato, ma c’è di più. Per ogni paritaria che dovesse chiudere, lo Stato dovrebbe farsi carico di costruire nuove scuole statali, che oggi non ci sono, con nuovi docenti per accogliere gli studenti che rimarrebbero senza, spendendo, però, più di quello che avrebbe potuto fare mantenendo semplicemente invariata la quota di fondi ad esse destinati.

Perché si rischia un taglio di 120 milioni?
Non si tratta già di un vero e proprio taglio. Occorre spiegare. Degli oltre 500 milioni di euro circa che ogni anno sono destinati alle paritarie, quasi 300 passano attraverso il Miur che li destina direttamente agli uffici scolastici regionali. Mentre la quota rimanente del fondo era stati assicurata nella legge di stabilità 2014 (la numero 147/2013), che prevedeva uno stanziamento di 220 milioni, di cui 100 con il beneficio dell’esclusione dal patto di stabilità, per aiutare le regioni a far fronte alle spese, in un momento di evidenti ristrettezze economiche e di bilancio per lo Stato e gli enti locali.

Poi cosa è successo?
Alla conferenza Stato-regioni del 29 maggio 2014 è stato votato l’articolo 42 del decreto legge numero 133/2014, il cosiddetto “Sblocca Italia”, che prevede una sostanziale modifica di quanto inizialmente previsto dalla Legge di stabilità 2014. Questa nuova norma prevede che le regioni non subiranno sanzioni purché eroghino appena 100 milioni dei 220 stanziati. Con l’effetto, però, che le regioni potranno conseguire i risparmi richiesti dalla manovra a valere proprio sulla riduzione delle erogazioni in favore delle scuole paritarie, per un ammontare fino a 120 milioni di euro, senza subire alcuna penalizzazione.

In pratica sono spariti 120 milioni e non c’è più la garanzia che questi vengano assegnati alle scuole. Giusto?
Esatto, ed è proprio per questo che presenteremo quattro emendamenti alla Camera per chiedere di sopprimere il comma in questione dell’articolo 42 e non recepire così l’intesa Stato-regioni del 29 maggio che penalizza in particolare la scuola, sia paritaria che non. Altrimenti chiederemo di evitare la compressione della voce di spesa per le scuole paritarie, sostituendo nell’articolo 42 al comma 1 le parole «100 milioni» con «220 milioni». In tal modo le Regioni dovrebbero necessariamente comprimere altre voci di spesa per conseguire i risparmi richiesti.

Sorprende che proprio nei giorni del confronto pubblico sulla Buona Scuola ci sia il rischio di un duro colpo alle paritarie.
Il Paese è in piena emergenza finanziaria e si è raschiato il fondo del barile. Le priorità, inoltre, sono tantissime e di diversa natura: basti pensare, per esempio, agli ammortizzatori sociali o al dissesto idrogeolico per capire come non sia affatto semplice scegliere da dove partire. Però dobbiamo farlo. E le posso assicurare che in Parlamento diversi colleghi sono molto sensibili al tema della scuola.

Perché partire proprio dalla scuola?
Perché un mancato investimento oggi non rappresenta solo una scelta antieconomica e miope della politica, ma un costo salatissimo domani, e non solo in termini contabili ma anche di capitale umano. Penso in particolar modo agli asili del Veneto e a quelli della Lombardia, ma anche agli asili comunali dell’Emilia-Romagna. E non si tratta “solo” di una questione di soldi, ma di un patrimonio enorme lasciato dalle comunità che ci hanno preceduto, che rischia, però, di andare perduto. Noi vogliamo scongiurarlo.

Ce la farete?
La legge italiana riconosce piena dignità alla scuola pubblica statale e paritaria, un concetto ripetuto anche all’interno della Buona Scuola. Le assicuro che non si tratta affatto di una svolta culturale da poco, ma c’è da lavorare. Il governo è sensibile al tema delle paritarie, come hanno confermato proprio le scuole che i suoi esponenti sono andati a incontrare in questo inizio d’anno. Dobbiamo impegnarci per scongiurare che la scuola pubblica in Italia possa scomparire oppure diventare una scuola solo per ricchi. La libertà di scelta va garantita come nella laicissima Francia e come in questo Paese avviene già per la sanità.

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