Detransitioner, la nemesi del politicamente corretto

La grande inchiesta del The Atlantic sui minorenni transgender che dopo la transizione vogliono tornare al sesso assegnato

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Stiamo esagerando con gli interventi di transizione su bambini e teenager affetti da disforia di genere, stiamo passando dal pregiudizio contro i transessuali al pregiudizio contro chi mette in guardia da un ricorso frettoloso a bloccanti della pubertà, terapie ormonali, interventi chirurgici. È questo l’allarme lanciato da una corposa inchiesta sui minorenni transgender che appare sul numero di luglio/agosto della prestigiosa rivista culturale di Boston The Atlantic. La penna di Jesse Singal conduce il lettore alla scoperta dei “detransitioner” e dei “desister”, giovani uomini e donne (nell’inchiesta soprattutto donne) che hanno fatto marcia indietro dopo essersi avventurati sul terreno dei trattamenti farmacologici e chirurgici nel primo caso, dopo avere richiesto questi trattamenti senza ottenerli a motivo della loro età precoce nel secondo.
BOOM DI TRANSESSUALI. I numeri più recenti indicano un aumento esponenziale delle persone che negli Stati Uniti si identificano come transessuali: secondo il William Institute della Ucla School of Law, nel giugno 2016 si dichiaravano transgender 1 milione e 400 mila adulti, ai quali andavano aggiunti (dato riferito al 2017) 150 mila adolescenti fra i 13 e i 17 anni. Questo significherebbe un raddoppio del numero dei transgender americani in soli 10 anni. Le liste di attesa nelle 40 cliniche che trattano questo genere di problemi toccano i 5 mesi. Tale boom provoca interrogativi e perplessità, anche perché si accompagna al fenomeno dei detransitioner, che almeno negli Usa non è stato ancora quantificato, ma che sta evidentemente prendendo piede.
«SPINTI ALL’INTERVENTO DAI MEDICI». «Per molti dei giovani esaminati dai primi studi, gli interventi a favore della transizione – sociali per i bambini, fisici per adolescenti e giovani adulti – sembrano avere molto alleviato la disforia», spiega Singal. «Ma questa non è la risposta per tutti. Alcuni bambini sono disforici sin dalla più tenera età, ma col passar del tempo giungono a trovarsi a proprio agio col proprio corpo. Alcuni sviluppano la disforia al momento della pubertà, ma la loro sofferenza è temporanea. Altri finiscono per identificarsi come non-binari, cioè né maschi né femmine. Ignorare la diversità di queste esperienze e concentrarsi solo su coloro che sono effettivamente “nati nel corpo sbagliato” può fare danni. Questa è l’argomentazione di un piccolo ma assertivo gruppo di uomini e donne che hanno attuato la transizione, solo per tornare poi al sesso assegnato.
Molti di questi cosiddetti “detransitioner” sostengono che la loro disforia era causata non da una profonda non corrispondenza fra la loro identità di genere e il loro corpo, ma piuttosto da problemi di salute mentale, traumi psicologici, ambienti misogini o combinazioni di questi e altri fattori. Dicono di essere stati spinti verso interventi con ormoni o chirurgia dalla pressione dei coetanei o da medici che hanno trascurato altre potenziali spiegazioni del loro disturbo». E questo nonostante gli “Standard di cura” dell’Associazione professionale mondiale per la salute dei Transgender (Wpath) prescrivano che «prima di prendere in considerazione interventi di natura fisica per gli adolescenti, dovrebbe essere intrapresa un’estesa esplorazione delle questioni psicologiche, familiari e sociali».
«SONO UNA DONNA PIENA DI CICATRICI E DI INCUBI». L’inchiesta racconta alcuni casi, come quello di Max Robinson, una donna di 22 anni che a 16 anni ricevette il primo trattamento a base di ormoni maschili e a 17 una doppia mastectomia (rimozione dei seni), e che oggi dopo un percorso di de-transizione è tornata a identificarsi come donna; o quella di Cari Stella, una donna di 24 anni che a 15 anni iniziò la transizione sociale (abbigliamento, abitudini e uso di pronomi maschili), a 17 anni passò agli ormoni maschili, a 20 si fece fare una doppia mastectomia, e a 22 ha compiuto la de-transizione per tornare ad essere donna. Di sé dice: «Sono una donna in carne ed ossa, col petto coperto di cicatrici, la voce roca e che ha incubi alle 5 del mattino perché da piccola non potevo sopportare l’idea di crescere e diventare una donna».
Max Robinson racconta di essere stata diagnosticata depressa e affetta da disordine ansioso generalizzato a 14 anni, ma che per le sue insistenze lo psicoterapeuta la mandò dall’endocrinologo per accedere agli ormoni della transizione. Costui si mostrò scettico sulla transessualità di Max, ma per le sue insistenze e per la prescrizione dello psicoterapeuta cedette. A soli 17 anni, nonostante evidenti problemi di salute mentale, la Robinson ebbe la duplice mastectomia che cercava perché i genitori erano pienamente d’accordo. L’effetto psicologico positivo durò pochissimo. «Fra le direttive del Wpath e la realtà delle cure somministrate a chi manifesta disforia di genere c’è una grandissima distanza», commenta Carey Callahan, una detransitioner che ha creato una rete di supporto che tiene i contatti con 370 detransitioner donne.
BAMBINI TRATTATI COME ADULTI. Un certo numero di operatori che da anni si occupano delle persone affette da disforia di genere manifestano le stesse preoccupazioni dei detransitioner. È il caso della psicologa Laura Edwards-Leeper, pioniera negli Stati Uniti niente meno che dell’uso dei farmaci bloccanti della pubertà. Un’operatrice non accusabile di essere contraria per ragioni di principio alle transizioni sessuali. «Avevo previsto questa deriva anni fa», spiega la Edwards-Leeper, «perché ci sono tanti giovani ai quali vengono offerti servizi con una scarsa, o addirittura assente, valutazione della salute mentale. Dieci anni fa bisognava costantemente giustificare la prescrizione di farmaci bloccanti della pubertà, la gente ci considerava folli e dicevano che una valutazione basata su una visita di quattro ore non era sufficiente per decidere interventi del genere. Oggi le domande che mi fanno sono: “Perché sottoponi le persone alla tua valutazione?” “Cosa c’entra la salute mentale?”. Soprattutto dicono: “Dovremmo ascoltare quello che i bambini e gli adolescenti ci dicono e trattarli come adulti”». La Edwards-Leeper viene attaccata da altri terapisti fautori di una forma radicale di “affirming care”, cioè di un trattamento della transessualità di bambini e adolescenti basato sull’accettazione pura e semplice delle loro richieste. Le accurate valutazioni della salute mentale vengono giudicate “traumatizzanti” e alcuni si spingono a definire “scienza spazzatura” gli studi sulla de-transition, benché il fenomeno sia realissimo.
LE PRESSIONI DEI GENITORI. Dell’eccesso di trattamenti per la transizione sono responsabili sempre più anche i genitori dei minorenni con disforia di genere: in passato rappresentavano l’elemento frenante e “negazionista”, oggi invece pretendono azioni immediate. Scrive Singal: «I genitori di mentalità progressista possono talvolta essere un problema per i loro bambini. Molti degli operatori con cui ho parlato, compresi Nate Sharon, Laura Edwards-Leeper e Scott Leibowitz, mi hanno raccontato dell’arrivo di nuovi pazienti nelle loro cliniche insieme a genitori che avevano già sviluppato dettagliati piani per la loro transizione. “Ho avuto pazienti i cui genitori facevano pressione su di me perché li convincessi a cominciare ad assumere ormoni”, mi ha detto Sharon».
“CONTAGIO SOCIALE”. Altro tema delicato che l’articolo di The Atlantic affronta è quello del cosiddetto “contagio sociale”: il crescente numero di richieste di trattamenti di transizione da parte di adolescenti dipenderebbe dall’ambiente che frequentano e dall’influenza dei social media e non da vera disforia di genere. Molti avvocati della causa transessuale trovano stupida e offensiva l’idea del “contagio sociale”, alla luce delle realtà di emarginazione e di bullismo di cui i transessuali sono spesso vittime. Ma evidenze aneddotiche che il fattore sociale ha un ruolo nel seminare il dubbio sulla propria identità sessuale negli adolescenti non mancano.
Singal racconta il caso di Delta, una 17enne di Portland. «Nel 2013 un’ondata di sperimentazione sulla propria identità di genere investì la compagnia che lei frequentava: improvvisamente nessuno più si riconosceva nel sesso assegnato alla nascita. Delta, allora 13enne, annunciò ai genitori prima che era una non-binaria, poi che era una trans. Chiese di avere accesso al testosterone. I genitori reagirono con scetticismo perché consapevoli dell’influenza del gruppo che la ragazza frequentava e perché costei mostrava sintomi di ansia e depressione. Ma quando sua madre Jenny cercò informazioni si ritrovò in un gruppo online di genitori che le dissero che se si mostrava recalcitrante rispetto alla transizione della figlia, la esponeva a grandi pericoli. “Ogni manifestazione di dubbi provocava reazioni contro di me”, dice Jenny».
DELTA AVEVA SOLO PROBLEMI MENTALI. «I genitori di Delta decidono di portarla dalla dottoressa Edwards-Leeper. La psicologa non mette in dubbio quello che la ragazza dice sulla propria identità di trans, né chiude la porta all’eventuale ricorso agli ormoni, ma le chiede di aspettare prima di imboccare la strada della transizione e di affrontare prima i suoi problemi psicologici. Ai genitori dice che anche se Delta rientrava nella soglia clinica per la disforia di genere, aveva più senso prima occuparsi dei suoi problemi di salute mentale. Delta cominciò ad assumere antidepressivi, e poco dopo la disforia di genere scomparve. “In occasione della visita non ero stata felice che la psicologa mi avesse detto che prima dovevo affrontare le mie fisse mentali”, mi dice Delta, “ma oggi sono contenta che me l’abbia detto, perché troppa gente agisce in modo frettoloso e finisce per fare errori che poi non è più in grado di riparare”. Ho chiesto a Delta se pensava che i suoi problemi di salute mentale e di dubbi sulla propria identità di genere fossero legati. “Lo erano sicuramente”, mi ha detto. “ Perché quando ho cominciato a lavorare sui miei problemi mi sono sentita meglio e non ho voluto più avere a che fare con la questione delle etichette di genere. Stavo bene essendo semplicemente me stessa e non una specifica cosa”».
Foto androgyny concept da Shutterstock

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