Derby, la Juve vincerà lo scudetto? Carlo Nesti: «Nella storia del Toro tutto può succedere»

L’umore dei tifosi granata, le sfide degli anni Settanta, il nuovo Filadelfia. La stracittadina di Torino vista con Carlo Nesti, voce storica della Rai. «E al ritorno di Ibra io ci credo».

«Il fascino della gara di domenica è legato alla classifica: anche un bambino può capire che Torino-Juve non sarà una di quelle grandi sfide che la storia del calcio ha saputo offrire». C’è tanta nostalgia nelle parole di Carlo Nesti, ex voce storica della Rai che per anni ha raccontato il derby della Mole e oggi parla a tempi.it. Torinese, ha sempre guardato questa partita mischiando passione ed equilibrio, simpatia e distacco, le forze di chi ama tutte e due le squadre della sua città senza dover per forza fare il tifo per una in particolare. Farà così anche domenica, sul suo “Nesti Channel”, piattaforma on line con cui seguirà il match, interagendo coi tifosi. Perché forse il fascino del derby non è lo stesso di qualche decennio fa, ma Torino-Juve è sempre un appuntamento da seguire con attenzione. Specie quest’anno, con la Juve che potrebbe addirittura arrivare alla matematica certezza sul titolo già domenica: «E vedere i rivali vincere il titolo in casa propria è una prova dura per i tifosi del Torino. Ma nella storia dei Granata tutto può accadere».

Nesti, il Toro non vince un derby dal 1995, non segna un gol nella stracittadina dal 2002 e, stando anche alla classifica e al derby d’andata, sembra che per la partita di domenica non ci sia storia. A cosa potranno aggrapparsi i granata per evitare una facile vittoria della Juventus?
Bisogna vedere come va Pescara-Napoli, partita che inciderà in maniera incalcolabile sull’umore della Juve: essendo più forti i bianconeri, è evidente che dovranno dare qualcosa di meno per poter consentire al Toro di fare risultato. Se perde il Napoli, la Juve potrebbe fare la partita per vincere lo scudetto, ma potrebbe anche entrare in campo più tranquilla e rimandare la festa. Il Torino deve sperare in una prestazione di grande livello di Alessio Cerci: è il giocatore che può fare la differenza, lo ha fatto vedere nelle ultime gare. La difesa poi deve ricordarsi di essere stata la terza difesa del campionato, primato che nelle ultime partite (21 reti subite in 8 match) non si è visto. C’è poi curiosità davanti: Barreto sembra ritrovare il feeling col gol, mentre Rolando Bianchi è forse all’ultima stracittadina, chissà che non riesca ad essere decisivo.

Quest’anno abbiamo avuto in A le quattro stracittadine più importanti del nostro calcio. Che cos’ha di particolare secondo lei la sfida tra Juve e Torino?
Anni fa i derby italiani avevano una caratterizzazione molto più marcata: c’erano contrapposizioni sociali, che adesso logicamente si sono perse. Se poi guardiamo all’aspetto sportivo, quello di Torino aveva un significato straordinario negli anni Settanta, quando entrambe le squadre lottavano per lo scudetto. I due club incarnavano due modi di essere totalmente diversi: il Toro era il massimo della determinazione, la Juve il massimo della qualità. Affascinante fu che queste doti si scambiarono negli anni: i granata assunsero la qualità dei rivali, mentre al momento di replicare allo scudetto vinto dal Torino nel ’75-’76 i bianconeri misero in mostra la loro cattiveria. Oggi mi piange il cuore, ma la distanza di 40 punti in classifica rende meno affascinante il derby.

Che succede ai tifosi del Torino? Storicamente il derby era una delle partite più attese di sempre, mentre quest’anno la vendita dei biglietti va a rilento, e tantissimi saranno i tifosi bianconeri. Paura di vedere i bianconeri vincere lo scudetto o malcontento per l’andamento della squadra?
È l’onda lunga di un malumore che inizia da quell’ultimo scudetto vinto. Da allora in avanti il Torino è stato più in B che in A, inevitabilmente gli entusiasmi di una volta non ci sono più. E poi la tifoseria granata è particolare: continua ad essere la prima d’Italia per numeri dopo quelle delle grandi, ma addirittura all’epoca in cui la squadra lottava per il titolo non riempiva lo stadio. Ricordo che nel ’75-’76 il tutto esaurito ci fu di rado: i due derby, Torino-Milan e l’ultima partita, col Cesena. I tifosi del Toro ci sono, ma sono un po’ una carboneria, una setta segreta: sono tantissimi, ci sono i figli dei figli, le generazioni di quelli che videro il grande Torino, ma quel tifo si percepisce tanto nei bar, negli uffici, sul web. Tutta questa gente non ha mai avuto la caratteristica di andare in massa allo stadio, salvo poi regalare manifestazioni d’affetto uniche, come quella della Marcia dell’orgoglio granata del 2003: il giorno dopo la retrocessione in B si riversarono nelle strade qualcosa come 50 mila tifosi. È una cosa che credo non sia mai capitata nella storia del calcio.

C’è poi un dato da sottolineare: la Juve si è resa protagonista di un nuovo modello calcistico in Italia, con lo stadio di proprietà e un settore giovanile all’avanguardia, costruito proprio sulle ceneri di quello del Torino. Che sia anche questa una chiave per rendere ulteriormente interessante la sfida?
Sì, anche se va detto che in questo periodo c’è stata una bella notizia, ossia l’approvazione del piano di ricostruzione del Filadelfia. Facciamo gli scongiuri, ho sempre detto che riprenderò a parlare di questo stadio il giorno in cui vedrò l’inizio effettivo dei lavori, perché i tifosi del Torino sono stati presi in giro in tutti i modi da quando è stato abbattuto quello stadio. Il Filadelfia non può essere una risposta allo Juventus Stadium, anche perché non sarebbe potrebbe ospitare le partite del Toro in Serie A. Però come ha detto oggi Pulici sarebbe importante per ricreare uno spirito d’appartenenza alla maglia che purtroppo viene meno, cambiando continuamente gli interpreti della squadra. Il tifoso fatica a immedesimarsi nei giocatori che cambiano ogni anno: la ricostruzione dello stadio darebbe un punto di riferimento importante per tutti.

La Juve viaggia tranquilla verso lo scudetto, e dopo il declino di Calciopoli sta tornando a grandi livelli, in una storia che ha visto guide come quelle di Trapattoni e Lippi. Cosa manca a Conte per arrivare a quei livelli, se non c’è ancora arrivato?
Non sono mai stato d’accordo quando si diceva che ci volevano centinaia di milioni per riportare la Juve a livello delle grandi formazioni europee. Il caso del Borussia Dortmund dimostra che le risorse servono, ma non sono indispendabili: quella è una squadra costata 55 milioni, quanto spende una squadra medio-piccola di A. E lo dimostrano anche alcuni giocatori della Juve: Pirlo e Pogba sono arrivati a parametro zero, Barzagli è costato briciole. Per vincere una Champions non serve essere per forza straforti a livello di singoli. Azzardo poi una pensiero: se per assurdo fosse stata la Juve di un anno fa, con quella fame e rabbia, ad affrontare il Bayern di quest’anno, sicuramente sarebbe stata un’altra partita.

Sul tanto chiacchierato top player ci si è espressi quando i bianconeri sono usciti a testa bassa col Bayern. Ora si parla di un ritorno di Ibra: che idea si è fatto di questa trattativa?
Alla Juve non mancano tanti giocatori, ma manca senz’altro qualcosa di più in attacco, tant’è che gli attaccanti di quest’anno, eccetto Vucinic, sono tutti in discussione e vendibili. Un giocatore che secondo me davvero può fare grandi cose è Llorente: non si può giudicare da quanto fatto quest’anno, perché è stato messo ai margini dall’Athletic Bilbao, però ha l’età giusta. Su Ibra io ci credo: se dovessi fare una previsione direi che arriverà a Torino al 51 per cento. Ci sono tanti segnali, anche solo le ultime dichiarazioni di Thiago Silva. E, per quanto a livello umano il giocatore non mi entusiasmi, Ibra rimane uno dei calciatori più forti del mondo che, se lo vuole, è in grado di essere decisivo fino a tarda età.