Tentar (un giudizio) non nuoce

Quei delitti intollerabili e il compito (dimenticato) della giustizia

Di Raffaele Cattaneo
08 Novembre 2025
Lo scandalo comprensibile per la fuga di Elia Del Grande e per l’accoltellamento di piazza Gae Aulenti a Milano non deve far perdere di vista allo Stato il compito di investire sulla possibilità del cambiamento umano
Elia Del Grande
Elia Del Grande

Elia Del Grande è un uomo del mio territorio. Nel 1998, a ventidue anni, sterminò la sua famiglia a Cadrezzate, a pochi chilometri da casa mia: padre, madre e fratello. Un delitto atroce, compiuto – pare – sotto l’effetto di stupefacenti, per incomprensioni familiari legate a una storia d’amore. Dopo il triplice omicidio fuggì in Svizzera, dove venne rapidamente arrestato e condannato a trent’anni di carcere. Di questi ne ha scontati oltre ventisei, gli ultimi due in regime di semilibertà.

Alcune settimane fa, però, il Tribunale di sorveglianza ha ritenuto che fosse ancora socialmente pericoloso e lo ha reso destinatario di una misura di sicurezza, inviandolo in una struttura di reinserimento lavorativo. Da lì Elia Del Grande è fuggito.

«Attorno a me solo sbarre e polizia»

Pochi giorni dopo ha inviato una lettera al principale giornale online della provincia di Varese per spiegare il suo gesto, indicando come motivo la totale inadeguatezza della struttura e il sentirsi trattato peggio di un detenuto, nonostante avesse ricostruito un percorso di vita che lo aveva riportato a condizioni di normalità. Nella sua lettera Del Grande racconta che la struttura emiliana a cui era stato destinato non favoriva alcun reale reinserimento lavorativo: era un vecchio ospedale psichiatrico giudiziario, formalmente dismesso nel 2015 ma rimasto molto simile a se stesso.

«Mi sono trovato», scrive, «ad avere a che fare con persone con gravi patologie psichiatriche, con terapie a base di psicofarmaci date in dose massiccia a chiunque, e con un’attività lavorativa identica a quella del carcere. Attorno a me sbarre, cancelli, polizia penitenziaria». E conclude: «Avevo ripreso in mano la mia vita, ottenendo con sacrificio un ottimo lavoro. Avevo ritrovato una compagna, un equilibrio, i pranzi, le cene, le bollette, le regole della società. Tutto questo è svanito per la decisione del magistrato di sorveglianza».

Crimine, punizione, reinserimento

Del Grande certamente non è un santo. Il delitto di cui si è macchiato è aberrante, e già prima era noto per il consumo di droghe e per diversi atti violenti. Però è un uomo che ha scontato più di un quarto di secolo di carcere e che, se il compito della giustizia è quello del reinserimento sociale, aveva avviato un percorso per ritornare nella società. Quello sarebbe stato il vero successo del sistema giudiziario.

Pur ribadendo che la fuga resta un gesto sbagliato, le sue parole invitano a una riflessione sulle scelte della giustizia e sull’adeguatezza delle strutture destinate a chi ha commesso un delitto, ma sta tentando di ricostruirsi.

Non si tratta di indulgere verso chi ha commesso un crimine, ma di capire se il nostro Stato è ancora capace di credere nella possibilità del cambiamento umano. Le Rems, nate per sostituire gli Opg, sono troppo poche e spesso inadeguate. Le strutture di “reinserimento” non reinseriscono, ma sorvegliano. E così il percorso di recupero si trasforma in un’ennesima detenzione, con il risultato che chi prova a rialzarsi viene nuovamente spinto verso il margine.

La strada del privato sociale

Un paese civile non può pensare che chi ha sbagliato vada rinchiuso in prigione per poi buttar via la chiave, ma disporre di luoghi idonei a rispondere ai bisogni dei carcerati, soprattutto se hanno problemi psichiatrici. Purtroppo, non è così. Lo vediamo ogni giorno: a pochi metri dal mio ufficio una collega è stata accoltellata da una persona con evidenti disturbi, che non aveva trovato un percorso capace di rispondere al suo disagio. Il vero antidoto al ritorno alla delinquenza è la possibilità di un lavoro e di un reinserimento graduale. Ecco perché è ancora più grave che le strutture destinate a questa funzione siano più rigide e vincolanti del carcere stesso.

Allora che fare? Io una idea ce l’avrei: per una risposta adeguata bisogna ingaggiare il privato sociale, il terzo settore. Occorre individuare luoghi che, sul modello delle comunità per tossicodipendenti, possano accogliere i detenuti nella fase finale della pena, in contesti familiari, gestiti da chi si dedica per vocazione a questo compito, capaci di controllare ma anche accompagnare il loro reinserimento lavorativo e sociale. Perché una persona che è stata privata della libertà per tanto tempo non ha bisogno solo di sbarre, ma di qualcuno che le stia accanto.

Possiamo scandalizzarci, inveire contro l’evaso, raccontare i particolari di fughe da film. Ma non risolveremo il cuore del problema. Un uomo che, nella drammaticità della propria esperienza, chiedeva di essere accolto dalla società dopo aver pagato il proprio debito, invece ha trovato, ancora una volta, un muro da scavalcare.

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