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Debito estero: le proporzioni contano

luglio 7, 1999 Tempi

Il grafico della settimana

Duemilaquattrocentosessantacinque miliardi di dollari, una cifra superiore al prodotto interno lordo (pil) della Germania e pari al doppio di quello dell’Italia o della Gran Bretagna: a tanto ammonta il debito estero dei paesi in via di sviluppo, cioè il denaro dovuto dalla metà povera del mondo a banche, istituzioni finanziarie internazionali e governi del mondo ricco. Il problema è tornato al centro dell’attenzione in occasione del vertice del G8 a Colonia a metà di giugno, dove è stato presentato un nuovo piano di intervento. Il fenomeno, iniziato negli anni Settanta con l’avvento dell’era dei petroldollari (i soldi depositati dagli emirati arabi presso le banche di tutto il mondo, e da queste impiegati in prestiti ai governi del Terzo Mondo), ha innescato una serie di crisi finanziarie e condotto parecchi paesi in una situazione alquanto precaria. A partire dalla metà degli anni Ottanta, Fondo monetario internazionale (Fmi), Banca Mondiale, G7 e altri paesi creditori si son dovuti dare da fare per cercare soluzioni alle ricorrenti impasse: riscadenziamenti dei pagamenti, annullamenti parziali, pacchetti di nuovi prestiti son diventati moneta corrente. Ma davanti al debito estero non tutto il Terzo mondo è uguale: mentre i grandi paesi (Messico, Brasile, Argentina, Indonesia, ecc.) e le economie più dinamiche (Corea del Sud, Taiwan, Thailandia, ecc.) convivono abbastanza bene col loro debito, anche perché i creditori hanno tutto l’interesse a non “annegarli”, la situazione è molto più difficile per i cosiddetti HIPC, paesi poveri gravemente indebitati (in inglese: Highly Indebted Poor Countries). Si tratta di 41 stati del Terzo mondo che tutti insieme assommano un debito pari a 230 miliardi di dollari, cioè nemmeno il 10 per cento di tutto il debito terzomondiale. Tuttavia esso pesa maledettamente per un semplice fatto: che gli interessi sul debito estero si pagano in dollari, e paesi come il Sudan, il Mozambico, la Sierra Leone, eccetera ne hanno molto pochi perché esportano molto poco, diversamente da grandi esportatori come Messico, Brasile, Corea eccetera, che non hanno problemi di riserve di valuta pregiata.

Non è un caso che la prima grossa iniziativa a favore degli HIPC, decisa dal G7 con il concorso di Fmi e Banca Mondiale nel 1996, abbia fissato fra i criteri per usufruire di riduzioni e sconti che il debito ammontasse al 200-250 per cento delle esportazioni nazionali. A Colonia il “tetto” è stato abbassato al 150%, in modo da allargare l’intervento a un numero maggiore di paesi. Resta da vedere se veramente i fondi stanziati dal G8 saranno messi a disposizione e se le decisioni prese non risulteranno piuttosto controproducenti. Ma di questo potrete leggere sul numero della settimana prossima.

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