De Magistris, il pm giustiziere che non ne azzeccava una. In un libro (da ridere) tutte le sue indagini flop

Chiocci e Di Meo ripercorrono la carriera in toga del sindaco di Napoli. Che da “pubblico mistero” inseguiva la massoneria e altri temi “shock”, ma le sue celebri inchieste sono finite in niente

Visto che dal 1868 al 2010 in qualche aula di tribunale in Italia c’era sempre uno della famiglia in toga, si potrebbe pensare che quello di Luigi De Magistris fosse in effetti un destino scritto. Mettici il bisnonno uditore giudiziario, il nonno pubblico ministero vittima di un attentato di camorra, il papà giudice dei grandi processi di camorra, e appare inevitabile che “Giggino” iniziasse la sua carriera con il pallino del grande accusatore. Ma chissà cosa avranno pensato gli altri De Magistris quando lui, Luigi, l’ultimo dei magistrati di famiglia, è stato sospeso dalle funzioni di pm dalla commissione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura, uno degli organi giurisdizionali più clementi in Italia. A mettere in fila gli esiti – non proprio esaltanti – delle inchieste dell’attuale sindaco di Napoli, qualche brivido corre lungo la schiena, perché come ben racconta l’ultimo libro di Gian Marco Chiocci e Simone Di Meo, De Magistris. Il pubblico mistero (Rubbettino), le centinaia di fascicoli e di nomi di indagati accumulati da De Magistris «al contatto con il codice penale finiscono sempre per incenerirsi, come vampiri alla luce del sole».

LO STORICO ESORDIO. Il libro di Chiocci e Di Meo ha il pregio di essere una lettura scorrevole, resa agile da un linguaggio comprensibile anche ai non addetti ai lavori. E gli autori riservano qualche sorpresa anche ai lettori più informati, raccontando molte inchieste ancora sconosciute o poco note al grande pubblico. Per esempio, l’indagine numero uno nel curriculum da pm del giovane Giggino. Dicembre 1995. De Magistris, all’epoca esordiente a Catanzaro nelle vesti di pm, ha il suo primo indagato. Si chiama Antonio Lo Torto ed è accusato di evasione fiscale. Poca roba. Ma Lo Torto, impresario di pompe funebri, malato da tempo, muore a indagine ancora in corso. Tutto è quindi destinato all’automatica “archiviazione per morte del reo”, ma i familiari non hanno alcuna intenzione di mandar giù quella che per loro era un’ondata di fango, così si arriva all’udienza preliminare con l’indagato nell’alto dei cieli, caso rarissimo se non proprio unico nella storia giudiziaria italiana. Dopo aver letto le carte del pm de Magistris, però, pur in questa strana situazione, il gup Enzo Calderazzo non ha alcun dubbio e assolve Lo Torto perché “il fatto non sussiste”. È solo la prima di una lunga serie di assoluzioni che accompagneranno le imputazioni di De Magistris.

SE LE CALUNNIE DIVENTANO ACCUSE. È sempre degli anni Novanta un altro caso esemplificativo dei metodi De Magistris, che poi verranno applicati in casi più noti e più clamorosi (come le inchieste Why not e Poseidone, pure raccontate e documentate nel libro). Siamo nel 1996. Il pm apre un’indagine e decide di chiamarla, non si sa perché, “Shock 1” (di scioccante, alla fine, ci saranno solo le conseguenze). Sulla base delle dichiarazioni di un infermiere, Francesco Ammirato, con Shock 1 de Magistris indaga in totale 44 persone legate a una clinica di Catanzaro. Secondo la “gola profonda”, nella struttura gli anziani vengono bastonati, torturati, abbandonati a loro stessi, e naturalmente la notizia come una miccia esplode prima sui quotidiani locali, poi su quelli nazionali, anche perché nell’indagine viene coinvolto l’avvocato generale della Corte d’appello di Catanzaro, Giuseppe Chiaravalloti, futuro governatore della Calabria con Forza Italia (destinato a diventare una costante nelle inchieste di De Magistris, fino alla recente assoluzione nel caso Why not), accusato di aver avvisato alcuni indagati di essere intercettati. Chiaravalloti, secondo uno dei “testimoni” dell’inchiesta sarebbe stato visto scambiarsi tre baci sulla guancia con un primario dell’ospedale, un gesto che nella ricostruzione di “Shock 1” diventa un evidente segnale che c’era una struttura paramassonica dietro la clinica degli orrori. Alla chiusura delle indagini De Magistris chiede 21 arresti, e nel memorabile incipit del provvedimento, steso con il fedele collaboratore e maresciallo dei carabinieri Attilio Auricchio, si può leggere ancora oggi qualcosa che fa molto riflettere. Per i giustizieri di Catanzaro, infatti, «l’attività di indagine» non ha l’obiettivo di verificare i reati e accertarne le responsabilità, bensì è «rivolta alla moralizzazione della cosa pubblica». Nero su bianco. Com’è andata a finire l’inchiesta “Shock 1”? Solo 2 su 44 indagati sono stati condannati. Tra questi la “gola profonda” Ammirato, 16 mesi di carcere per calunnia.