De Benedetti nei Panama papers. Svolta garantista dell’Espresso

Nella lista c’è il figlio di Carlo. L’Espresso dà la notizia, ma spiega che tutto è a posto. Tiriamo tutti un sospiro di sollievo

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Questa ve la dovete segnare. Fra i nuovi ottanta nomi rivelati dall’Espresso che compaiono nelle liste dei Panama papers c’è Rodolfo De Benedetti, figlio di Carlo e presidente del gruppo Cir, la holding che controlla l’Espresso stesso. Notate come, dopo oltre un mese in cui il giornale pubblica nomi e cognomi dando grande risalto allo scandalo sul paradiso fiscale, questa volta si premuri subito di spiegare che è tutto a posto, nessuna magagna, tutto è stato fatto con la massima trasparenza, cortesia e cordialità.

Ecco come la mette giù l’Espresso:

Tra i nomi in chiaro, i Panama Papers riportano quello di Rodolfo De Benedetti, collegato alla McIntyre holding Ltd, registrata nel 1995 a cura di Mossack Fonseca nel paradiso fiscale delle Isole Vergini britanniche. Il figlio di Carlo De Benedetti, presidente del gruppo editoriale l’Espresso, è stato nominato amministratore di McIntyre nel 1995, di cui però non è beneficiario economico. «La società è stata chiusa da molti anni», dice De Benedetti. «In passato» spiega, «McIntyre si era occupata di investimenti finanziari nel continente americano gestendo antichi risparmi di famiglia e la posizione di questi ultimi fu regolarizzata con il fisco italiano nel 2003». In quell’anno, secondo quanto risulta dalle carte, De Benedetti ha rassegnato le dimissioni da amministratore della offshore delle Isole Vergini britanniche, che non faceva parte del gruppo Cir quotato in Borsa. «Per quanto mi riguarda», dichiara De Benedetti, «non sono mai stato azionista né beneficiario economico di McIntyre holding. Il mio nome compare in quanto consigliere di amministrazione. Infine, ritengo opportuno sottolineare che da sempre dichiaro tutti i miei redditi e pago le tasse in Italia».

Che dire? Non saremo certo noi a mettere in dubbio le parole di De Benedetti. A dirla tutta, questa storia dei Panama papers non ci ha mai nemmeno troppo entusiasmato (sospettiamo la solita inchiesta più fumo che arrosto, con nomi di grido – da Putin a Cameron, fino agli strapaesani Barbara D’Urso e Briatore – ma poca “ciccia”) e certamente ci fa assai piacere che il nome di De Benedetti esca solo ora, a scandalo ormai sgonfio.

È sempre bello vedere i giornali manettari diventare immediatamente garantisti quando a essere implicati è qualcuno dei “loro”.
“Panama Papers, la terza lista. Spuntano altri 80 italiani” titola Repubblica a pagina 17 (diciassette!) ricordando solo nel catenaccio il nome di De Benedetti cui si dà subito agio per la replica (“Società chiusa da tempo, io mai stato azionista né beneficiario economico”).
Ancor più zelanti i concorrenti del Corriere della sera che, a pagina 23, sin dal titolo chiariscono: “La società offshore di De Benedetti: «Tutto dichiarato e trasparente»”. Tutto si spiega, tutto è a posto, no problem. In fondo, stiamo solo parlando di milioni di euro, mica degli scontrini di Formigoni. Per cui, ad esempio, scrive il Corriere, la società Now Group del padre, che aveva come asset la barca “Adesso”, «aveva sede (da prima del 2000) alle Isole Vergini e non a Capri o a Ischia» perché «l’equipaggio era fatto da due australiani e due americani che non volevano un contratto italiano».

Dunque? Dunque non ci resta di esultare per la svolta “garantista” dell’Espresso. Qualcuno ha domande? Noi solo una, ed è pari pari quella che compare oggi in un editoriale del Foglio: «A questo punto si pone un dilemma. Cos’è moralmente deplorevole? La presenza, come ci ha spiegato finora l’Espresso, di tutti i nomi snocciolati sulle pagine del settimanale o “moralmente deplorevole”, è forse la loro pubblicazione indiscriminata? E in definitiva, in questi casi, trattasi di “inchieste” o di “sputtanamento”?».

Foto Ansa


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