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La borsa e la vita

Il Wto rischia di fare la fine del Gatt

Di Alan Patarga
24 Gennaio 2026
La guerra dei dazi e i sospetti su una maxi speculazione finanziaria da parte di Trump confermano l’inconsistenza dell’Organizzazione mondiale del commercio. Ennesimo fallimento in stile Onu di cui non avevamo bisogno
Sede del Wto, Organizzazione mondiale del commercio (foto Depositphotos)
Foto Depositphotos

C’è chi ormai lo ha ribattezzato “Insider Trump” e chi, come alcuni senatori dem la scorsa primavera, ha ventilato l’avvio di un’indagine per appurare se all’origine degli scossoni subiti dai mercati finanziari negli ultimi mesi possa esserci in realtà una vera e propria strategia speculativa del presidente degli Stati Uniti. Fatto che sta l’ennesimo annuncio di dazi punitivi da parte del numero uno della Casa Bianca ha immancabilmente finito per innescare un altro ottovolante delle Borse mondiali.

Le maxi tariffe destinate a colpire i paesi solidali con la Danimarca per la sua pervicace difesa della Groenlandia dalle mire di Washington – a partire dagli “iconici” dazi al 200 per cento sullo champagne francese – hanno prevedibilmente spaventato gli investitori, portandoli a chiudere le posizioni considerate più a rischio e determinando una sensibile flessione dei listini azionari. La marcia indietro di Trump – che da Davos ha prima ribadito le sue intenzioni, salvo poi disinnescare la “crisi” da lui stesso provocata dopo un colloquio “risolutivo” con il segretario generale della Nato, Mark Rutte – ha viceversa ridato fiato agli acquisti, riportando il segno più a fine seduta nelle principali piazze finanziarie.

Trump rottamatore del Wto

Tutto bene quel che finisce bene? Mica tanto. Perché al di là dei sospetti di insider trading, dell’utilizzo cioè di informazioni privilegiate per arricchirsi sui mercati (tipo sapere che il motivo che ha innescato le vendite verrà meno nell’arco di poche ore), c’è da mettere agli atti il venir meno di una cornice di civili rapporti di buon vicinato commerciale che decenni di vigenza di trattati internazionali e di organismi nati per tutelarli avevano provato ad assicurare. Spesso, va detto, senza riuscirci. Ma Donald Trump non è soltanto il Jep Gambardella della finanza, uno che gode del potere di partecipare o far fallire le “feste” dei mercati, è a ben vedere il rottamatore del Wto.

Non che la World Trade Organization, l’Organizzazione mondiale del commercio, godesse di buona salute prima dell’avvento del trumpismo. Come l’Onu – di cui condivide lo spirito pur non essendone parte – si è negli anni più volte dimostrata incapace di dirimere le controversie commerciali più importanti, spesso ignorando i torti dei più forti per poi essere inflessibile con i paesi aderenti con minor peso politico ed economico sullo scacchiere globale. Ha tollerato il reiterato dumping cinese, cioè la strategia di inondare il mondo di prodotti a bassissimo prezzo battendo ogni concorrenza a discapito della sicurezza sia delle merci sia dei lavoratori che le avevano prodotte. Una cecità che ha dato buoni argomenti a chi, arrivato nella stanza dei bottoni a Washington, ha deciso a sua volta di svincolarsi dalle regole internazionalmente concordate per trasformare il commercio in arma.

A repentaglio tra il 5 e il 7 per cento del Pil globale

Non più tardi di due giorni fa, il commissario Ue per il Commercio e la sicurezza economica, Maroš Šefčovič, ha messo nero su bianco il pensiero di molti in un intervento pubblicato dal Financial Times:

«I dazi doganali vengono utilizzati come strumenti di potere e le dipendenze vengono deliberatamente sfruttate. Un sistema commerciale prevedibile e basato su regole non è un ideale astratto; è una necessità strategica».

I numeri sono lì a testimoniarlo: attualmente circa il 70 per cento del commercio globale opera secondo le regole dell’Omc/Wto e la stessa Commissione europea stima che il venir meno di tali vincoli porterebbe facilmente a una riduzione del 5-7 per cento del Pil globale. Ma, rilevava Šefčovič, per evitare il far west «le regole devono essere eque e produrre risultati equilibrati e legittimi. Attualmente, non raggiungono né l’uno né l’altro obiettivo».

Il punto è che l’organizzazione nata nel 1995 sulle ceneri del Gatt (General Agreement on Tariffs and Trade) siglato a Ginevra nel 1947 da soli 23 paesi – tra i quali l’Italia – si è rivelata rigida e poco capace di adattarsi alle dinamiche di una globalizzazione che pure faceva parte del suo Dna. Ancora Šefčovič:

«Negli ultimi trent’anni, diversi membri del Wto hanno ampliato drasticamente la loro quota di commercio globale, mantenendo i loro mercati sostanzialmente chiusi. Allo stesso tempo, il sostegno statale alle industrie e altre politiche non di mercato si sono moltiplicati, distorcendo la concorrenza su scala globale. Il risultato è stato squilibri commerciali strutturali e sovraccapacità produttive croniche, con effetti dannosi sia sulle economie sviluppate che su quelle in via di sviluppo».

I dazi punitivi come arma geopolitica

Di fatto, la mancanza di vigilanza sull’applicazione delle regole di mercato all’interno dei paesi membri ha portato a una distorsione dei rapporti di forza tra gli aderenti al Wto: la libertà diventata licenza ha favorito alcuni, portando alla reazione di altri. Il risultato è una regressione del sistema di libero scambio e un facile ritorno alle barriere.

La prima amministrazione Trump ha rigettato il sistema di appello dell’organizzazione, pensato per dirimere le controversie e accertare eventuali violazioni delle norme internazionali. Nel secondo mandato, con ancor maggiore facilità, il presidente americano ha consolidato uno schema bilaterale che presuppone la minaccia di adottare dazi come prerequisito per avviare un negoziato con singoli partner politico-commerciali degli Stati Uniti, inevitabilmente in posizione di debolezza nei confronti di Washington. Con l’eccezione di Pechino, sufficientemente forte ormai per rivolgere altrove le proprie forze mercantili senza perdere terreno: il surplus commerciale record registrato dalla Cina nel 2025 è lì a testimoniarlo. Il “cortile” asiatico, l’Africa, l’Europa e l’America Latina compensano ampiamente le minori vendite sul mercato nordamericano.

Il nodo della “nazione più favorita”

Nonostante la posa ostile e il sostanziale disinteresse per le sue regole, l’amministrazione Trump non ha incluso il Wto tra le 66 organizzazioni internazionali dalle quali ha annunciato recentemente l’uscita. Ancora a dicembre, il nuovo inviato statunitense a Ginevra ha però ribadito la linea di Washington: «Se l’Organizzazione mondiale del commercio non si riforma apportando miglioramenti tangibili in quegli ambiti che sono centrali per la sua missione, continuerà il suo cammino verso l’irrilevanza».

In questione c’è soprattutto la regola della “nazione più favorita”, cioè l’articolo 1 del Gatt a sua volta fondamento dell’organizzazione nata ormai trentuno anni fa: «Tutti i vantaggi, favori, privilegi o immunità concessi da una parte contraente a un prodotto originario da ogni altro paese, o a esso destinato, saranno estesi immediatamente e senza condizioni a tutti i prodotti congeneri, originari del territorio di ogni altra parte contraente, o a esso destinati». Insomma, l’abc del multilateralismo. Gli Stati Uniti vorrebbero rimodulare questa norma, estendendo le cosiddette “eccezioni di sicurezza” già previste dal Wto per il commercio di armi a tutti i tipi di merci, di fatto personalizzando l’applicazione delle regole e dunque vanificandone l’efficacia.

Se prevale la legge del più forte

Nel frattempo, da ormai quasi vent’anni senza reali interruzioni (anche le presidenze Obama e Biden hanno fatto largo uso dell’arma dei dazi per regolare i rapporti di forza, soprattutto con la Cina) il ricorso a tariffe doganali adottate in spregio alle regole del Wto è diventato a sua volta una regola, più o meno esplicitamente rivendicata. Trump, da questo punto di vista, è onesto: non fa mistero del suo approccio. E va detto che non tutti hanno saputo resistere allo stesso modo alla pressione commerciale, chiaramente accompagnata da fini politici e militari, imposta da Washington. Se Cina e India hanno diversificato, trovando nuove rotte e rafforzando partnership alternative; se il Brasile ha sofferto senza cedere e se l’Europa nel suo complesso ha tentato di tenere il punto limitando il più possibile i danni, c’è chi – più vulnerabile – ha dovuto fare molto più che accettare di buon grado le merci americane.

Tra gli altri obblighi, i testi integrali degli “accordi reciproci” firmati da Malesia e Cambogia con gli Stati Uniti prevedono per i loro governi di dover replicare la politica estera e le sanzioni adottate da Washington verso gli altri paesi, la consultazione preventiva su ogni accordo di libero scambio da portare alla firma con terzi, la concessione di diritti sulle materie prime (terre rare incluse), il divieto di tassare i giganti tecnologici a stelle e strisce.

In questo, ha ragione il primo ministro canadese, Mark Carney, che dall’alto della sua esperienza pregressa da governatore della Banca d’Inghilterra ha fatto presente nel suo discorso pronunciato a Davos che «se non siedi a tavola, sei parte del menù». Che cioè soltanto le medie e grandi potenze, e tra queste soprattutto un’Europa realmente unita, possono contrastare la tendenza attuale all’imposizione della legge del più forte.

In questo senso, riformare l’Organizzazione mondiale del commercio – per renderla equa ed efficace – sarebbe il primo passo da compiere per ristabilire un clima di reciproca fiducia tra le nazioni, stabilizzando i mercati finanziari e riducendo le tensioni politiche. Perché due mercanti che si incontrano e commerciano onestamente sono sempre due soldati in meno destinati a cadere sul campo di battaglia.

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