Dare ai figli il cognome della madre? Mantovano: «Si svicola dai problemi reali delle famiglie»

Intervista ad Alfredo Mantovano, che commenta le dichiarazioni del presidente della Corte costituzionale sulla necessità di poter scegliere tra il cognome della madre e quello del padre

Nella relazione annuale della Corte Costituzionale, il presidente Franco Gallo ha esortato la modifica della legislazione che prevede l’attribuzione al figlio del solo cognome paterno. «L’attuale disciplina», ha detto, «costituisce il retaggio di una concezione patriarcale della famiglia», ricordando a tutti che la Corte aveva già auspicato l’approvazione di una legge che desse più considerazione al principio costituzionale di uguaglianza tra uomo e donna. Su questa scia è nata anche una petizione, lanciata da Equality Italia, per la difesa del cognome della madre. «Chiediamo che ci sia la possibilità di scelta del cognome (…) così che sia modificata l’attuale legislazione, figlia di una visione familiare superata dai tempi e dall’attuale organizzazione sociale», dice il manifesto per la raccolta firme. Tempi.it ha chiesto un parere al magistrato ed ex sottosegretario del ministero degli Interni Alfredo Mantovano.

Cambiare la tradizione italiana è davvero un’urgenza?
Tutt’altro. Bisognerebbe capire se il cambio di cognome rappresenti un’urgenza per le famiglie, e sinceramente non credo che ci sia questa necessità. Non ci vedo dietro nessuna ideologia, è semplicemente una tradizione. Ogni paese europeo ha la sua, derivante dalla storia della nazione e dal suo contesto. Per esempio, in Russia i figli prendono il cognome del padre ma aggiungono un suffisso differente se si tratta di un uomo o di una donna. In Irlanda invece si appone una “o” apostrofata, alla quale segue il cognome del padre. In Spagna si abbina il primo cognome del padre con quello della madre e in tantissimi altri paesi del continente il figlio prende semplicemente il cognome del padre, come in Italia. Diverso è il concetto legato al cognome della donna coniugata, che dal 1975 aggiunge al suo quello del marito, ma all’anagrafe e in tutti i documenti conserva solo il proprio.

Come mai allora questo richiamo della Corte e la nascita di una petizione?
È un modo per svicolare sul tema effettivo della famiglia, sulle sue esigenze concrete, in primis il carico fiscale. Non si guarda al nucleo familiare unitario ma si vede la famiglia come la semplice somma dei singoli. Anche per questo il discorso sul quoziente familiare non è mai decollato del tutto. Si gira intorno ai problemi reali e se ne cercano di nuovi.

È la prima volta che si parla in questo senso del cognome della madre?
No, c’era già stato un accenno nella 15esima legislatura. Il dibattito era stato avviato parallelamente a quello sui “Dico”, unioni civili, ma poi è stato accantonato. Ora se ne torna a parlare anche per via del treno che sta passando, carico di tematiche su matrimoni gay, unioni di fatto e quant’altro. E si trascina dietro anche vagoncini più piccoli, come questo legato al cognome.

Che piega prenderà la vicenda?
Ho il massimo rispetto per la Corte costituzionale, ma chi ne fa parte dovrebbe controllare se una legge è conforme o meno alla Costituzione, non elargire auspici. Se ritiene che la tradizione del cognome del padre sia contraria alla Costituzione, dovrà poi dare un giudizio in merito a una sentenza. Il fatto che finora non sia mai accaduto niente del genere dimostra che non c’è l’urgenza di discutere di questa tematica.