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D’Alema calunniato (forse). Ma certo secretato. E il Ppi risponda, se può

ottobre 6, 1999 Tempi

Lettere

Queste due cartelle di interrogatorio ci pervennero in redazione da fax non identificabile. Come si vede, la storia era già filtrata sui giornali, ma non se ne aveva – almeno per quanto ne sappiamo – reperto filologico. Come si vede, si tratta di un interrogatorio dove un personaggio non del tutto eccellente chiama in causa un capo di governo. Come si vede, un domani la storia potrebbe interessare una commissione di inchiesta parlamentare. Come si vede, il documento firmato (e in calce secretato) dal dottor Paolo Ielo parrebbe giustificare interrogativi come quelli sollevati lunedì scorso (in una missiva al Corriere della Sera) dal senatore Antonio Di Pietro, il quale sosteneva come “sotto certi aspetti legittimo” il desiderio “di sapere se e fino a che punto anche la sinistra italiana abbia usufruito di canali anomali (ed eventualmente illeciti) di finanziamenti e di arricchimenti.” E dunque, proseguiva Di Pietro nella sua lettera in richiesta di una commissione di inchiesta parlamentare, chiedendo “primo: è vero o falso che la magistratura in genere – e quella di Milano e Palermo in particolare – abbiano messo in piedi e portato avanti inchieste per fini politici e non perché fosse necessario e doveroso riscontrare le notizie di reato che di volta in volta venivano portate alla sua attenzione?” Queste ed altre imbarazzanti domande avanzava lunedì scorso il dottor Di Pietro senatore. Domande che, stranamente, Antonio Di Pietro si pone oggi da politico e che non si è mai posto da magistrato, anzi, da eroe di Mani Pulite. Perché?


Caro direttore, l’11 aprile 1996, in un intervento pubblico su Avvenire, l’on. Giovanni Manzini ebbe ad affermare: “Innanzitutto occorre non confondere il ‘diritto alla parità’ con il ‘diritto allo studio’. Sono due aspetti che attengono a due diversi principi costituzionali e quindi sul piano normativo vanno affrontati separatamente. Il primo, per dirla in termini non dottrinali, deve garantire alle famiglie e agli studenti di poter scegliere fra diversi progetti educativi senza essere penalizzati né sul piano culturale né su quello economico; il secondo invece deve garantire a tutti i ragazzi le stesse condizioni di accesso alla scuola che hanno scelto”. Da qui alcune domande: come mai il Ppi, di cui l’on. Manzini è responsabile dell’Ufficio scuola, ha votato in Senato la vergognosa legge sulla “parità” che confonde il diritto alla parità con il diritto allo studio? Come mai il Ppi ha inteso mettere insieme parità e diritto allo studio, che secondo Manzini avrebbero dovuto essere affrontati separatamente? Come mai il Ppi ha votato una legge paritaria che non garantisce affatto alle famiglie e agli studenti di poter scegliere la scuola senza essere penalizzati sul piano economico? Forse che ai “politici” e ai “legislatori” è consentito essere “incoerenti” e dire cose diverse da quelle che fanno? Come mai, dopo aver affermato nell’intervento suddetto che “non bisogna commettere errori che potrebbero compromettere il risultato”, proprio il Ppi ha commesso il gravissimo errore di schierarsi a favore di una legge che è tutt’altro che paritaria, compromettendo alla radice la possibilità di una legge corretta e autenticamente democratica? Perché, come responsabile dell’Ufficio scuola non si è battuto perché quei principi costituzionali di libertà (libertà di scelta, equipollenza economica, medesime condizioni di accesso alla scuola scelta) da lui allora evidenziati, e di fatto dalla legge votata ancora oggi negati, fossero resi concretamente operativi? Mi aspetto delle risposte.

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