Dal traffico di droga alla cultura della vita. Così Avsi ha cambiato una favela brasiliana

Così è cambiato Jardim Teresópolis, il quartiere degradato che solo le corsie dell’autostrada Belo Horizonte-San Paolo separano dall’immenso stabilimento Fiat di Betim

Reportage dal Brasile. «Quando avrò un lavoro continuerò ad abitare qui. Quando andiamo fuori col gruppo io dico sempre agli altri: “Non vergogniamoci, diciamolo con orgoglio che veniamo da questo quartiere. Bisogna portarlo fuori, questo quartiere, perché qui scorre cultura!”». Chi lo direbbe mai che a parlare così è un 15enne nato e cresciuto in una favela brasiliana. Mateus, capelli corvini ondulati, orecchie lunghe e labbra tumide, sta seduto insieme a una ventina di suoi coetanei in una sala della parrocchia di Maria Madre dei Poveri a Jardim Teresópolis, il quartiere degradato che solo le corsie dell’autostrada Belo Horizonte-San Paolo separano dall’immenso stabilimento Fiat di Betim. Tutti indossano una maglietta arancione con un motivo grafico e la scritta “Árvore da vida”, replicata in uno stemma multicolore sulla spalla. Partecipano insieme ad altri 230 ragazzi fra i 12 e i 15 anni alla componente socio-educativa dell’omonimo programma, nato nel 2004 da una partnership fra Fiat Brasile e l’Ong italiana Avsi.

La forza della gente e delle istituzioni
Quasi nove anni dopo, i risultati si cominciano ad apprezzare, prima che nelle statistiche sulla diminuzione dei tassi di criminalità e sull’aumento della scolarizzazione, nella fierezza con cui i più giovani parlano del loro quartiere, fino a qualche tempo fa noto come la favela più violenta di tutto il Minas Gerais e oggi considerata ancora tale da molti. «Questo posto non è peggio delle altre periferie di Belo Horizonte», dice Mireille, una 14enne afrobrasiliana tutta ricci e sguardi curiosi. «Più che cambiare il quartiere, io vorrei cambiare il modo in cui la gente lo giudica».

Al Senai di Betim, la scuola tecnica sponsorizzata dalla Confindustria del Minas Gerais che offre borse di studio ai ragazzi delle favelas, il riscontro è il medesimo. In una classe di venti studenti destinati all’apprendistato e all’inserimento lavorativo nelle imprese della costellazione Fiat, tutti quelli provenienti da Jardim Teresópolis dichiarano di voler continuare ad abitare nel loro quartiere anche dopo il diploma, tutti quelli che vivono in altre favelas affermano di volere andare a vivere altrove.

Jussara e Silvana, entrambe 36 anni, sono socie lavoratrici della cooperativa femminile Cooperárvore, una delle esperienze più riuscite del progetto. Insieme ad altre 18 donne del quartiere producono borse, borsellini, magliette, portachiavi in gran parte su commissione per un giro d’affari di 600 mila reais all’anno (225 mila euro). Entrambe hanno figli adolescenti ed esprimono la stessa valutazione: «Da quando c’è il progetto, la violenza in questo quartiere è diminuita; da quando si fanno iniziative che tengono i ragazzi lontano dalla strada, le cose vanno meglio e noi siamo più tranquille per i nostri ragazzi». Nel 2005, al culmine della guerra fra le due bande di giovanissimi narcotrafficanti che si spartiscono il controllo del territorio, i morti sono stati 45 su una popolazione di 33 mila abitanti, nel 2011 sono scesi a 19. I crimini violenti si sono dimezzati nello stesso periodo. Árvore da vida non prevede doposcuola o aiuto allo studio, ma le attività ludiche, sportive, artistiche, culturali e di formazione umana offerte ai 12-15enni e i corsi di formazione professionale per i 16-17enni concordati con singole imprese e associazioni imprenditoriali (oltre che con Fiat e le sue consociate) hanno contribuito a ridimensionare il fenomeno dell’abbandono scolastico e del ritardo scolare, a diminuire il tasso di disoccupazione (dal 30 al 23 per cento) e ad aumentare il reddito ben al di sopra della crescita media brasiliana: fra il 2004 e il 2011 i redditi sono aumentati mediamente del 65,5 per cento in Brasile, ma del 130 per cento a Jardim Teresópolis.

«La carta vincente del progetto è stata dedicarsi al coinvolgimento e al rafforzamento della società civile e delle istituzioni presenti sul posto», spiega Jacopo Sabatiello, responsabile Avsi. Negli anni infatti si è creata una Rete di sviluppo sociale di Teresópolis composta di 49 soggetti istituzionali e del privato sociale che insieme cercano soluzioni ai problemi del quartiere. Che le cose sono cambiate è visivamente e simbolicamente percepibile quando si percorre la cosiddetta avenida Belo Horizonte, la principale arteria della favela, piena di negozi che hanno anch’essi beneficiato di corsi di formazione imprenditoriale nel contesto di Árvore da vida: fino a pochi anni fa i pedoni non potevano azzardarsi ad attraversare la strada, linea di confine fra i territori controllati dalle due principali bande di narcotrafficanti. Adesso la gente comune affronta l’asfalto senza timore. Solo i banditi veri e propri non se lo possono permettere.