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Perché è fallito il vertice di Seattle del WTO Che non sarebbe finita bene si era capito sin dal giorno dell’apertura, dominato dalle proteste di migliaia di manifestanti che avevano paralizzato i lavori prima in modo pacifico, poi con le cattive. Il vertice del Wto (Organizazzione mondiale del commercio) a Seattle si è chiuso il 4 dicembre senza che sia stato raggiunto alcun accordo fra i 135 paesi partecipanti. I rappresentanti mondiali dovevano stabilire il programma di un negoziato commerciale planetario (“Millennium Round”) che sarebbe iniziato nella cittadina americana e si sarebbe compiuto nell’arco di alcuni anni: il precedente Uruguay Round era durato otto anni, stavolta si pensava di cavarsela in tre. Ma il programma è miseramente fallito, e il fallimento è stato enfatizzato dai problemi di ordine pubblico che hanno contrassegnato le giornate di Seattle. Le ragioni di questo esito sono varie.

Preparazione incompiuta Anzitutto il vertice è stato organizzato molto male: anzichè preparare con scrupolo l’appuntamento, nei dodici mesi che lo hanno preceduto i paesi del Wto si sono accapigliati per la scelta del successore di Renato Ruggiero, che per quattro anni aveva diretto l’organizzazione. Mike Moore, il neozelandese che alla fine ha prevalso sul candidato rivale thailandese, è stato eletto all’inizio dell’estate: ormai era rimasto troppo poco tempo per appianare le divergenze fra i vari blocchi di paesi, soprattutto fra Stati Uniti ed Unione Europea.

Interessi opposti I dissidi e i punti di vista radicalmente diversi fra i partecipanti sono il secondo motivo del fallimento: gli Stati Uniti si sono presentati a Seattle decisi a ottenere la liberalizzazione integrale del mercato dei servizi e a mettere fine alla politica europea di forti sovvenzioni all’agricoltura, quindi il presidente Clinton ha aggiunto il proposito di imporre norme internazionali per migliorare le condizioni di lavoro, proibire il lavoro infantile e garantire le libertà sindacali; gli europei sono arrivati con l’intenzione di non mollare un centimetro in materia di politiche agricole, e di introdurre norme vincolanti in materia di cibi manipolati geneticamente, produzioni inquinanti, competizione ed investimenti; il terzo mondo si è presentato con le idee più liberiste: sì alla soppressione delle sovvenzioni ai prodotti agricoli, no a norme vincolanti in materia di lavoro e sindacati, perché questo altro non sarebbe che un tentativo di eliminare dalla scena i pericolosi concorrenti terzomondiali che vi si stanno affacciando.

Sede sbagliata Il terzo fattore di fallimento consiste proprio nella scelta di Seattle come sede dei lavori: era prevedibile che tutte le organizzazioni ambientaliste, anticapitaliste e dei sindacati dei lavoratori americani (ovviamente protezionisti) si sarebbero presentate all’appuntamento particolarmente agguerrite. Si fosse svolto in un paese asiatico, il Round del Wto non avrebbe incontrato tanti problemi sulle piazze.

Un ‘68 planetario? No, tanta ipocrisia “Le vetrine frantumate di Seattle sono il simbolo di una globalizzazione che va in frantumi”, ha dichiarato con enfasi Paolo Cento, deputato dei Verdi italiani che, come altri osservatori, appaiono rapiti dall’idea che a Seattle abbia debuttato una sorta di ‘68 planetario. È stato invece piuttosto una collisione fra fondamentalismi e ipocrisie: chi è pregiudizialmente contrario ai cibi geneticamente modificati dovrebbe spiegare come pensa di sfamare una popolazione mondiale di 6 miliardi di persone, chi attribuisce alla globalizzazione la degradazione dell’ambiente dovrebbe andarsi a vedere i tassi di inquinamento nei paesi comunisti e la desertificazione nel Sahel; i Clinton che si fanno belli chiedendo sanzioni commerciali contro i paesi che “sfruttano” la manodopera dovrebberfo confessare che la loro vera preoccupazione è quella di difendere posti di lavoro in settori di economia matura dei loro paesi, esposti alla concorrenza dei paesi emergenti. Ma forse è chiedere troppo.

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