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dal mondo 20

giugno 2, 1999 Tempi

dal mondo 20

Se 1.200 milioni di cinesi fanno faccia feroce a 250 milioni di americani A dar retta alle riprese televisive e ai dispacci di agenzia, il bombardamento Nato sull’ambasciata della Cina popolare a Belgrado ha sollevato un’unanime ondata di sdegno nel paese più popoloso del mondo e scatenato il sottofondo sciovinista e xenofobo che sonnecchia in ognuno dei 1.200 milioni di cinesi. La stampa cinese ufficiale non ha fatto altro, nei giorni seguenti, che riflettere l’adirata indignazione del governo e del popolo. Per ritrovare un po’ di lucidità analitica sulle pagine di un giornale cinese bisogna scendere a Hong Kong. Nell’ex colonia britannica, tornata sotto l’ala di Pechino da pochi mesi, la stampa mantiene una certa libertà, soprattutto quando è scritta in lingua inglese. E’ il caso di Asiaweek, un settimanale fondato 25 anni fa ad Hong Kong che copre gli avvenimenti di tutto il continente asiatico con una redazione multinazionale e innumerevoli collaboratori. Sulle pagine dell’ultimo numero troviamo un’analisi dei fatti e un commento preoccupato sul futuro dei rapporti sino-americani.

La crisi vista da Hong Kong “Il bombardamento dell’ambasciata – scrive Asiaweek nel suo editoriale – non poteva capitare in un momento peggiore… Le relazioni sino-americane sono state sottoposte di recente a tensioni crescenti. Il Congresso americano accusa spie cinesi di aver sottratto segreti nucleari americani, mentre il dissidio sui diritti umani e sui temi commerciali permane. Pechino è molto inquieta per i crescenti legami Usa col Giappone in materia di difesa e per i loro piani per un sistema di difesa antimissilistico che coprirebbe l’intera Asia. L’unico punto positivo erano i progressi a proposito dell’ingresso della Cina nel Wto”.

Ramanzina a Nato e Usa “La prima cosa che Washington deve fare è chiedere scusa formalmente e senza condizioni. Nelle dichiarazioni pubbliche Clinton insiste a sottolineare le differenze fra il bombardamento dell’ambasciata e le azioni serbe in Kosovo. Sì, una differenza c’è, ma alla Cina cosa può importare? Milosevic non ha violato la sovranità della Cina o ucciso suoi cittadini, la Nato sì. E comunque la Cina non ha mai creduto che i paesi Nato rappresentino i “buoni” della situazione. In secondo luogo, Washing-ton e la Nato devono spiegare esattamente alla Cina come questa farsa sia accaduta e chi sia il responsabile. Il Segretario alla difesa William Cohen ha definito l’aggressione “un errore istituzionale”. Bene, Cohen è a capo di un’istituzione erronea, e così pure il capo della Cia George Tenet. Non solo per placare la Cina, ma per evitare altri “errori istituzionali”, alcune teste devono cadere”.

Preoccupazioni e contraccolpi cinesi “Pechino non è soltanto irritata perché ha sottratto la questione del Kosovo alle Nazioni Unite. Essa è anche genuinamente preoccupata della possibilità che gli Usa e i loro alleati della Nato si mettano a fare i prepotenti anche con altre nazioni. L’intervento militare in Jugoslavia non ha fatto altro che alimentare la paranoia cinese a proposito del Tibet e di Taiwan. La questione del Kosovo deve tornare all’Onu il prima possibile. Il G8 dovrebbe forse diventare un G9, includendo la Cina. Infine, poichè con le sue azioni ha rafforzato la posizione dell’ala conservatrice del partito comunista, Washington dovrebbe ora ammorbidire le sue pretese in aree come quella dell’accesso al Wto, se non vuole ulteriormente indebolire gli elementi riformisti di Pechino”.

Ramanzina a Pechino e altre parole sante “Anche i cinesi devono fare la loro parte. Preoccupano le denunce ufficiali dell’attacco all’ambasciata come intenzionale, come pure la riluttanza dei media cinesi a dare notizia dei tentativi di scuse degli Usa e della Nato e della “pulizia etnica” ai danni dei kosovari albanesi. Ciò polarizza le opinioni dalle due parti e rende più difficile ogni riavvicinamento. La minaccia di Pechino di bloccare la discussioni sul Kosovo alle Nazioni Unite fino a quando la Nato non sospende i bombardamenti non sta aiutando… La Cina e gli Usa hanno bisogno l’una dell’altro, e il mondo ha bisogno che essi siano ragionevolmente amici. Il bombardamento dell’ambasciata ha fatto esplodere apertamente una mutua incomprensione e una reciproca sfiducia sempre latenti. Per rammendare lo strappo, ciascuna parte deve raddoppiare i suoi sforzi per considerare il punto di vista dell’altra”.

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