Cronaca di una morte non denunciata

L’OSSESSIONE DEL TETRAPLEGICO SAMPEDRO CHE VOLEVA FINIRLA A TUTTI I COSTI. E CHE I MEDIA, GLI ATTIVISTI PRO EUTANASIA, UN REGISTA SULLA CRESTA DELL’ONDA E ZAPATERO SONO PRONTI A SFUTTARE PER I PROPRI FINI

«Non sono una samaritana né Madre Teresa di Calcutta. L’ho fatto solo per amore, Ramon sarà sempre nel mio cuore». Di quali orrori sia capace l’amore l’ha testimoniato Ramona Maniero che lo scorso 11 gennaio è comparsa sulla rete Telecinco per spiegare come ha consegnato il bicchiere colmo di cianuro di potassio a Ramon Sampedro Canean, tetraplegico bloccato da trent’anni nel suo letto e icona dei sostenitori dell’eutanasia (la cui storia è stata portata al cinema da Alejandro Amenábar col film “Mare dentro”).
«Io ero le sue mani», ha detto Ramona. E mentre lui se ne andava verso quella «morte ideale di cui tanto parlava», lei lo ha salutato fra i gemiti: «Arrivederci amore». Ma per il fratello di Sampedro, José, e per sua moglie Manuela (vedi intervista pagina 18), che hanno accudito il malato per trent’anni, non si tratta di così puri e limpidi sentimenti ma di più prosaiche azioni e intenti da «assassina». All’emittente Europa Press, Manuela ha sbottato dopo l’intervista «lo amava tanto, lo amava tanto dice… ma le persone che amavano Ramon non gli diedero il veleno. è stato un omicidio».
Gli orrori dell’amore hanno sempre bisogno di attaccarsi alle ghiandole lacrimali dei telespettatori. è successo di nuovo con la confessione di Ramona che ha raccontato che cosa accadde quel giorno, il 12 gennaio del 1998, quando versò il veleno nel bicchiere del suo amato. Le parole di Ramona arrivano oggi, sette anni dopo l’omicidio, quando ormai il reato è caduto in prescrizione e lei non è più perseguibile. Per il reato di cooperazione al suicidio il codice penale spagnolo prevede fino a cinque anni di reclusione, ma l’archiviazione per mancanza di prove decretata dal giudice nel novembre 2004 e la caduta in prescrizione, preservano Ramona dal poter essere processata. La donna era stata sospettata di assassinio già nel 1998 su indicazione della famiglia di Ramon ma, interrogata dal giudice, non confermò nulla, sebbene le analisi tossicologiche avessero mostrato la presenza di cianuro nel sangue del defunto. «Non sono stata pagata per fornire questa spiegazione – ha detto Ramona a Telecinco – l’ho fatto per mettere fine alle illazioni e i sospetti che da anni circolano su di me». Tuttavia, ha aggiunto, «sono pronta per il futuro a raccontare la vicenda anche sotto altre forme di collaborazione» (leggi: dietro compenso). La confessione di Ramona arriva oggi a concludere la vicenda Sampedro, ma a riaprire il dibattito sull’eutanasia in Spagna.

A OGNUNO IL SUO COMPITO
Ramon Sampedro è un aitante pescatore giramondo, quando un giorno del 1968, venticinquenne, per un tuffo spensierato nel suo mare di Galizia, rimane tetraplegico. La rottura di una vertebra lo costringe all’immobilità. La sua mente continuerà a essere lucida ma il suo corpo non risponderà mai più al suo volere. Potendo scuotere solo il capo, Ramon decide di confinarsi in una stanza di casa, assistito dal fratello e dalla cognata. Da quelle quattro mura comincia a condurre la sua battaglia per poter ottenere «un suo diritto» e, con l’appoggio dell’“Asociación Derecho a morir dignamente” (DMD), tenta di sottoporre il proprio caso ai tribunali spagnoli. Intanto, usando la bocca come una mano, scrive Cartas desde el Infierno (Lettere dall’inferno), raccolta di poesie che mettono in versi la propria immobile condizione e i propri frenetici pensieri. Il libro diviene di lì a poco un best sellers (un’altra raccolta di poesie, Condo Eu Cala, sarà pubblicata postuma). Sampedro diviene famoso, rilascia interviste, dichiarazioni, riceve chi lo desidera incontrare rimanendo sempre sdraiato a letto. Prima il tribunale di Barcellona nel 1984, poi quello di La Coruna nel 1996, respingono le sue richieste di poter godere di un suicidio assistito. «Sono una testa viva in un corpo morto», implora davanti ai giudici per convincerli a lasciarlo morire. Falliti tutti i tentativi, conosce Ramona, una bella donna di 37 anni, operaia, separata con figli, che, rimanendogli vicino per due mesi, assieme ad altre dieci persone e contro il volere dei suoi familiari, esaudisce il mortale desiderio il 12 gennaio.
Ramon fa riprendere la propria macabra dipartita in un video con l’intento di scagionare coloro che lo hanno assistito: «Che nessuno sia accusato della mia morte. Se il corpo avesse avuto a disposizione due braccia e due gambe, la decisione sarebbe stata solo mia, senza coinvolgere altri». Secondo quanto ricostruisce qualche giorno dopo il quotidiano El Pais: «Il primo degli amici ha acquistato il cianuro, il secondo l’ha analizzato, il terzo ha preparato la dose, il quarto ha portato il veleno fino all’appartamento del paralitico, il quinto l’ha preso in consegna, il sesto l’ha mescolato in acqua, il settimo l’ha versato in un bicchiere, l’ottavo vi ha fatto cadere una cannuccia e l’ultimo, o l’ultima, ha portato il bicchiere alle labbra di Sampedro. La decima persona ha conservato la drammatica lettera del suicida, mentre l’undicesima con una videocamera ha filmato le varie fasi fino alla liberazione di Ramon dal suo corpo inerte. La videocassetta – scrisse El Pais – si trova ora nelle mani degli inquirenti». Ramon lascia il mondo all’età di 55 anni dopo averne trascorsi trenta con la testa sul guanciale.

UN GIUDICE SUPER PARTES?
Il processo si apre, ma si chiude in fretta. La dinamica del delitto escogiato da Ramon, con la consulenza della DMD, non permette alla giustizia di incriminare nessuno se non la persona che ha girato il video. Intanto, parte la campagna, sostenuta da molti mass media, “Anch’io ho aiutato a uccidere Sampedro” in cui più di diecimila persone si accusano di aver provocato la morte del tetraplegico. La rete televisiva privata Antena3 diffonde al telegiornale della sera, nell’ora di massimo ascolto, un video con la registrazione del suicidio assistito. Il filmato dura venti minuti, ma la tv ne mostra solo cinque in cui si vede Sampedro nudo dalla cintola in su, steso sul letto, mentre Ramona gli lava il corpo con acqua e sapone. Il fatto susciterà le ire dei familiari («avevamo chiesto al giudice di consegnarci il video, ma non ci ha risposto» reclameranno). Come è finita la cassetta nelle mani dei giornalisti? Molti sospetti ricadranno sul giudice Salomé Martinez, l’unica a possedere il filmato.

IL LEONE DI VENEZIA
Nel dibattito che segue la morte di Ramon si fronteggiano i favorevoli all’eutanasia e i contrari. Il presidene dell’Associazione europea di psicologia, Francisco Alonso Fernandez, massimo esperto internazionale di malattie depressive, dichiara pubblicamente che il caso di Sampedro è «un’esempio diagnosticato di depressione» e che il sintomo più chiaro di questo è «l’ossessione monomanicale di Sampedro per la morte».
Non è chiaro, infatti, perché Ramon, pur avendone la possibilità, non voglia muoversi su una sedia a rotelle elettrica ma invece decida di rimanere per trent’anni sdraiato nel suo giaciglio. Non è chiaro, inoltre, perché Ramon, non si suicidi. è il rimprovero di molti altri tetraplegici spagnoli che lo accusano di strumentalizzare la sua condizione per condurre una battaglia in favore dell’eutanasia. «Ci sono persone nelle sue stesse condizioni che sono amministratori delegati di società importanti, uomini che, pur in gravi difficoltà, riescono a condurre una vita degna» dicono varie voci di malati in quei giorni. Ma Ramon non ci sente. Per lui, “degna” può essere solo la fine dell’avventura.
E le posizioni contrarie si impaludano sempre più, soprattutto dopo il successo mediatico e le ripercussioni emotive che la sua morte provoca nella società iberica. Sampedro diventa sempre più un icona di un’ideologia e sempre meno un uomo stordito da un terribile dramma.
Tanto che il 4 settembre 2004 viene presentato al Festival di Venezia il film Mare dentro del cineasta cileno Alejandro Amenábar. La pellicola vincerà il Gran premio della giuria e il protagonista, Javier Bardem, sarà riconosciuto come miglior attore ricevendo la Coppa Volpi. In quei giorni la stampa e i media daranno grande risalto al “coraggio” dell’opera che tratta “in maniera toccante e delicata un tema controverso”. Il regista dichiarerà: «In Spagna, circa il 70 per cento della popolazione è favorevole all’eutanasia, i politici se ne sono resi conto. Si sta preparando un progetto di legge sull’argomento». E a proposito della reazione della Chiesa cattolica che critica il film, «non mi hanno perdonato di aver presentato Ramon Sampedro come un eroe dei nostri tempi». Lo slogan finale sarà quello più ripreso dalla stampa: «La vita è un diritto, non un obbligo. La scelta è solo tua».
Nel film di Amenábar alcuni aspetti della vicenda sono sottaciuti. Ramon non è presentato come un depresso, ma come uomo determinato nella sua scelta, formulata in modo consapevole e convincente, quasi in contrasto con gli attivisti della DMD che, sul finale, vorrebbero fargli cambiare idea. Inoltre, il momento della morte è presentato con grande delicatezza, come si trattasse di un passaggio indolore, confortante, leggero. Mentre, come la stessa Manuela ha raccontato a Telecinco, «Pensavo che chiudendo gli occhi si sarebbe dolcemente addormentato e lo pensava anche lui. Ma non fu così. Non so chi gli aveva consigliato quel metodo. Ad un certo punto non sono riuscita a sopportare la vista di quelle sofferenze e sono andata nel bagno vicino. Non credo sia stata la morte ideale che Ramon voleva». Tutto questo nel film non appare né viene affermato. “Mare dentro” ha ricevuto innumerevoli riconoscimenti, è candidato al Golden Globe per la migliore pellicola in lingua straniera ed è in gara per l’Oscar.

E ZAPATERO ANDò ALLA PRIMA
Quel 4 settembre 2004 al Lido c’è anche il capo del governo spagnolo, José Rodriguez Zapatero, che, con otto dei suoi ministri, assisterà alla prima visione. Uscendo dalla sala dichiarerà ai giornalisti che il film «è un canto dalla morte alla vita». Pilar Grande, vicepresidente della Commissione Sanità e membro della Commissione giustizia alla Camera, dirà che «il governo sta considerando l’opportunità di un questionario da sottoporre agli spagnoli per sapere che cosa vogliano. E poi decidere se depenalizzare l’eutanasia». Intanto il governo del post 11 marzo, per bocca del sottosegretario di Giustizia, Luis Lopez Guerra, annuncia di avere intenzione di redigere «una sorta di road map che smantelli i privilegi della Chiesa con lo scopo di arrivare ad un vero Stato laico». Così, fra dichiarazioni e smentite, mentre proseguono le riforme per eliminare l’insegnamento dell’ora di religione dalle scuole, per velocizzare le pratiche abortive e promuovere il matrimonio gay, l’esecutivo spagnolo accusa la Chiesa cattolica di essere oscurantista. I vescovi iberici definiscono l’eutanasia un «omicidio» e stampano sette milioni di depliant in spagnolo, basco, galiziano e catalano per mettere in guardia dalle «gravi conseguenze sociali» della legalizzazione della dolce morte.
Dopo le rivelazioni di Ramona, il ministro della Sanità, Elena Salgado, ha ribadito al periodico Scrittura pubblica che «il governo non intende regolare l’eutanasia in questa legislatura» e che è la Chiesa cattolica a «creare falsi allarmi». Che però tanto falsi non devono essere, perché, immediatamente dopo, il ministro ha ricordato che «il partito socialista vuole creare una commissione parlamentare che, sul diritto all’eutanasia e ad una morte degna, dibatta gli aspetti relativi a una depenalizzazione».