Crocifisso via dalle aule. La laicità (fra)intesa del ministro

Il grillino Fioramonti vuole togliere il crocifisso dalle aule scolastiche. Tre motivi per contrastare una (ricorrente) idea

«Penso ad una scuola laica e che dia spazio a tutti i modi di pensare»: così il ministro grillino Lorenzo Fioramonti ha proposto dai microfoni di Radio Rai 1 la rimozione del crocifisso dalle aule scolastiche.

L’idea di Fioramonti, che di per sé non ha nulla ha di originale essendo non solo prerogativa dei regimi totalitari ateistici del XX secolo, ma anche spesso ripresentata nel corso degli anni da parte di una certa intellighenzia pseudo-progressista con una periodicità la cui regolarità la farebbe ritenere quasi ossessiva-compulsiva, merita, tuttavia, di essere presa sul serio e criticata alla luce di almeno tre motivazioni principali.

Il principio di laicità

In primo luogo: la prospettiva promossa da Fioramonti più che tutelare la laicità, proprio quest’ultima tradisce per ragioni storiche e per ragioni teoriche.

Sotto il profilo storico, infatti, il principio di laicità – specialmente se inteso come spazio per tutti i modi di pensare – è un portato tipicamente cristiano, essendosi forgiato all’interno delle prime comunità cristiane che per quasi quattro secoli furono perseguitate dall’autorità imperiale romana proprio per la diversità del culto cristiano (che non divinizzava la figura dell’imperatore) rispetto a tutti quelli ammessi nel pantheon di Roma.

Sotto il profilo teorico, inoltre, il principio di laicità è un portato tipicamente cristiano che come tale viene simboleggiato dal crocifisso, poiché fu Cristo che per primo distinse la sfera spirituale e quella temporale evitando da un lato la legittimazione della teocrazia, in cui il potere spirituale assume su di sé anche il potere politico, come nell’islam, e dall’altro lato la legittimazione del cesaropapismo, in cui il potere politico assume su di sé anche il potere spirituale, come nel caso dell’autorità imperiale romana o dei regimi totalitari del XX secolo.

Non a caso, infatti, Massimo Cacciari, in una intervista su Repubblica del 16 febbraio 2006, ha affermato che «non ha nessun senso voler togliere il crocifisso dalle aule scolastiche, dai luoghi pubblici[…]. Gesù era un maestro di laicità. Chi ha detto che il suo regno non è di questo mondo? Più laico di così… La grande tentazione demoniaca è quella del potere terreno. Gesù è la figura che nel modo più esplicito ha manifestato la libertà dell’anima spirituale di ciascuno».

Il crocifisso quindi è pienamente simbolo di laicità.

Religione civile

In secondo luogo: emerge con tutta evidenza l’impostazione sostanzialmente giacobina del movimento grillino, dato che secondo Rousseau, il pensatore a cui maggiormente i grillini riferiscono la propria azione politico-ideologica, la cristianità cattolica è la peggiore religione esistente in quanto scinde l’uomo dal cittadino. Del resto per Rousseau la religione cristiana doveva essere sostituita dalla religione civile con i suoi propri dogmi (la felicità dei giusti, il castigo dei malvagi, la santità del contratto sociale e delle leggi), come in fondo ebbe a fare nel 1793 Joseph Fouché allorquando impose ai sacerdoti di sposarsi, vietò loro di indossare l’abito talare fuori dalle chiese, fece distruggere croci, statue e altre “insegne” (così definite) cristiane, impose di scrivere sulle porte dei cimiteri la celebre iscrizione “La morte è un sonno eterno”, come raccontano storici quali Furet e Richet.

Tuttavia, espulsa la religione cristiana e i suoi simboli, i rivoluzionari francesi, di cui Rousseau è considerato il padre morale, l’ispiratore e l’ideologo principale, finirono presto per idolatrare le stesse autorità rivoluzionarie come Robespierre, il quale non a caso inventò la festa dell’Essere supremo che si trasformò presto in una autocelebrazione, nella sua apoteosi, secondo lo storico Pierre Gaxotte.

Del resto, come ha ben osservato Albert Camus l’uomo in rivolta «sfuggito alla prigione di Dio, ha come sua prima cura quella di costruire il carcere della storia e della ragione».

Il crocifisso, dunque, è non soltanto simbolo di laicità, ma, storicamente, anche di libertà contro l’oppressione della coscienza da parte di quei regimi “illuminati” che, in nome della libertà della coscienza, di quest’ultima hanno sempre tentato di appropriarsi con esiti del tutto liberticidi e antiumani.

Vuole la neutralità

In terzo luogo: la proposta del ministro Fioramonti non tiene conto di un dato che non dovrebbe essere trascurabile per un ministro dell’Istruzione, cioè che l’intera cultura occidentale in genere e italiana in particolare sono sostanzialmente cristiane, così che non sarebbe sufficiente eliminare il crocifisso dalle aule scolastiche per raggiungere quella neutralità a-cristiana a cui tanto ambisce il ministro.

Se, per esempio, trascurando la letteratura o altre pur nobili discipline, si prende ad esempio l’arte pittorica degli ultimi venti secoli si scopre che quasi tutti i più grandi suoi rappresentanti hanno dedicato almeno un’opera non soltanto alla tematica sacra e religiosa, ma a quella del crocifisso in quanto tale.

Tra i tantissimi altri citabili, autori come Antonello da Messina, Giotto, Mantegna, Donatello, Brunelleschi, Goya, Tiepolo, Tintoretto, Masaccio, Cimabue, Michelangelo, Rubens, Raffaello, Rembrandt, Botticelli, Dalì e perfino “laicissimi” artisti come Guttuso e Chagall hanno dedicato i loro sforzi alla rappresentazione della crocifissione: una laicità (fra)intesa come quella suggerita dal ministro Fioramonti dovrebbe, dunque, per essere coerente con le proprie premesse e con le proprie conseguenze, epurare anche i programmi scolastici da simili autori che con estrema liricità dell’arte pittorica hanno raffigurato il soggetto del crocifisso, anche se ciò sarebbe un evidente grave danno per l’integrità e la profondità della formazione culturale degli alunni di cui paradossalmente Fioramonti dovrebbe essere ministro.

Il crocifisso, dunque, è anche un simbolo culturale per definizione la cui estromissione comporterebbe l’elisione non soltanto quantitativa, ma, ben più grave, anche qualitativa di una fondamentale parte della cultura italiana.

Foto Ansa