Cristiani perseguitati «anche in Occidente». E «in nome della tolleranza»

Seconda conferenza internazionale all’Osce sui crimini contro i cristiani. Così la delegazione cattolica ha fatto notare che l’odio non è solo un affare dell’altro emisfero

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croce-crocefisso-shutterstock_252672592Articolo tratto dall’Osservatore Romano – Vienna, 20. Ogni anno si segnalano centinaia di casi di chiese profanate, di statue distrutte o decapitate, di simboli religiosi banditi, di aggressioni verbali o fisiche ai danni di laici e di cristiani consacrati. I crimini in odio della fede oggi non sono commessi soltanto in Africa, Medio oriente e Asia, ma anche in occidente. Di tali episodi di intolleranza si è parlato, nei giorni scorsi, a Vienna, nel corso della seconda Conferenza internazionale dell’Organizzazione per la sicurezza e cooperazione in Europa (Osce) dedicata al tema “Prevenire e combattere l’intolleranza e la discriminazione contro i cristiani”.

Le delegazioni dei vari Stati memebri dell’Osce, nonché delle organizzazioni non governative che combattono l’intolleranza e la discriminazione contro i cristiani, hanno discusso, in tre sessioni di lavoro, della necessità di rafforzare le azioni per prevenire e combattere questo fenomeno in espansione.

È la seconda volta che l’Osce dedica all’odio anticristiano una conferenza internazionale. La prima fu a Roma nel 2011, ma rispetto ad allora episodi di intolleranza e di discriminazione non sono affatto diminuiti, ha denunciato la delegazione cattolica presente a Vienna. «Con l’aumento dell’intolleranza religiosa nel mondo è ben documentato che, anno dopo anno, i cristiani sono il gruppo religioso più perseguitato e discriminato a livello globale. In alcune regioni, tra cui quelle alle porte della zona dell’Osce – si legge in una dichiarazione diffusa dalla delegazione – si potrebbe anche parlare di tendenze genocide in queste persecuzioni. Per fortuna, ai cristiani che vivono nella zona dell’Osce vengono risparmiate le atrocità» più gravi.

La delegazione cattolica, guidata dal Rappresentante permanente della Santa Sede presso l’Osce, monsignor Janusz Urbańczyk, era composta dal vicesegretario generale del Consiglio delle Conferenze episcopali europee, Michel Remery, e da Raffaella Di Noia. «È preoccupante il fatto che nell’Osce – prosegue la nota – è stata tracciata una netta linea divisoria tra credo religioso e pratica religiosa, sicché ai cristiani viene spesso ricordato, sia nei dibattiti pubblici sia addirittura nei tribunali, che essi possono credere quello che vogliono in privato e osservarlo come culto nello loro chiese ma non possono agire sulla base di queste credenze in pubblico. L’apertura verso la diversità di fede o verso la laicità – conclude la dichiarazione – non deve portare all’intolleranza. L’intolleranza in nome della tolleranza deve essere chiamata per quello che è e condannata pubblicamente».

Foto croce da Shutterstock

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