Crisi Ucraina. «Putin rischia grosso, ma l’Occidente non sa cosa fare»

Il presidente russo ha fatto saltare il tavolo e si rivolge al mercato cinese per la vendita del gas. Gli Usa spingono per lo shale gas, ma ci vorranno anni. Il ruolo determinante della Germania

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

«Il presidente russo rischia grosso, ma ora l’Occidente non sa come reagire». Intervistato dal Corriere della Sera, Daniel Yergin, premio Pulitzer e tra i massimi esperti di energia, fa il punto sulla situazione in Ucraina. «L’Europa, ancora per alcuni anni – dice -, non avrà alternative vere all’approvvigionamento di gas dalla Russia, ma anche per le multinazionali petrolifere Usa e per l’intero mercato mondiale dell’energia un inasprimento delle sanzioni nei confronti di Mosca avrebbe conseguenze immense: ha ragione chi dice che le decisioni di oggi incideranno per decenni sul commercio mondiale».
Secondo Yergin l’Occidente ha investito sul gas russo ben consapevole dei rischi, anzi, proprio pensando che, instaurando dei rapporti commerciali con l’aera orientale, questi avrebbero aiutato a sopire la conflittualità con la Russia. «Ma Putin – osserva – ha mandato all’aria questi calcoli. Il presidente russo rischia grosso, ma ora l’Occidente non sa come reagire. Deve mostrare fermezza ma non può ignorare che le conseguenze di un embargo allargato a interi settori dell’economia, come l’energia, saranno pesantissime».

CINA E SHALE GAS. Sono tre gli scenari che secondo l’esperto si aprono davanti a noi: «Uno spostamento delle forniture di gas russo dall’Europa alla Cina, il crollo degli investimenti esteri in Russia e un’intensificazione degli sforzi per sostituire il gas che l’Europa oggi compra da Mosca con Lng, il gas naturale americano che verrà esportato in forma liquida attraverso l’Atlantico. Ma ci vogliono anni per preparare gli impianti. Tutti, oggi, cercano di concludere contratti con gli Usa che hanno, ormai, vaste riserve di shale gas. Ma le prime forniture arriveranno solo nel 2015-16 e solo dal 2018 diventeranno un fattore importante per l’Europa. Nel 2021 l’America sarà il maggior esportatore mondiale di gas». Ma quello dello shale gas, sebbene molto promettente, è uno scenario del futuro: «Non possono certo andar via da un giorno all’altro. Per questo parlo di smarrimento. Lo “choc” è forte. Credo che, anche se la crisi si risolverà, d’ora in poi i grandi gruppi ci penseranno molto prima di fare investimenti di lungo periodo in Russia».

TEDESCHI E RUSSI. Secondo Yergin ora la palla è nelle mani tedesche che devono decidere da che parte stare: «La Germania è centrale non solo per il forte impegno in Russia dei suoi grandi gruppi industriali e per le massicce importazioni di gas russo, ma anche perché il Paese sta perdendo competitività proprio sul fronte energetico: ha investito molto in energie alternative, più pulite ma anche molto costose. Senza gas russo, a parte i problemi di approvvigionamento, la competitività del sistema economico sarebbe ulteriormente compromessa».
D’altro canto, la stessa Russia, che si sta orientando verso il mercato cinese, ha i suoi problemi. Sia coi cinesi, che sono decisi a «negoziare con durezza sui prezzi con Mosca», sia con gli europei, del cui mercato, comunque, non possono fare a meno.

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •