Cosa è l’Europa?

L’Europa non andava “fatta”, perché già esisteva. Non andava costituita perché inesistente, ma andava semplicemente dichiarata poiché già sussistente

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Per José Ortega y Gasset la domanda sarebbe sbagliata o comunque mal formulata, «perché l’Europa non è una cosa, ma un equilibrio», cioè la prova della virtù della medietà di forze contrapposte, di spiriti diversi, di pulsioni spesso contrarie che nella cultura e nella civiltà europea hanno trovato e continuamente trovano il loro momento “omeostatico”.

Ma è proprio così?

In un certo senso indubbiamente sì, se si considerano alcuni dei diversi contrasti, tra i molteplici identificabili, apparsi nella storia europea: all’aggregazionismo tribale delle popolazioni nordiche si è contrapposta la organizzata civiltà politica della romanità; alla universalità spirituale del cattolicesimo romano si è opposto l’individualismo intimistico della rivolta protestante; al razionalismo del creato in cui l’uomo è inserito come espressione della dimensione cosmo-tea-andrica tipica del medioevo si è opposta la visione meccanicistica dell’universo forgiata dal positivismo e dal nichilismo del XIX e XX secolo.

In un altro senso certamente no, poiché questa idea di frammentazione assurge a momento di sintesi soltanto di una ricognizione puramente formale, non riuscendo a penetrare il livello sostanziale del problema che, come tale, traduce, invece, una omogeneità di fondo che è ben più di una mera uniformità, essendo, piuttosto, una vera e propria unità che si esplica sotto la specie dell’identità dell’Europa, cioè della sua comunione spirituale.

L’identità dell’Europa, infatti, costruita nel lungo arco temporale dei molteplici secoli di cui è dimostrazione la sua storia, si è venuta a determinare, come cima intrecciata da diverse fibre, grazie alla stratificazione di tre imprescindibili elementi che ne hanno costituito l’ossatura, tramite il pensiero greco, la muscolatura, tramite il diritto romano, e l’anima, tramite il cristianesimo.

Tuttavia, nell’epoca della crisi dell’identità (personale, sessuale, politica, sociale, antropologica), anche l’Europa, dimentica della propria essenza, attraversa una gravissima crisi identitaria, come, tra i tanti, ha ben rilevato Edmund Husserl: «Le nazioni europee sono ammalate, l’Europa è in crisi».

In questo senso l’Europa non può trovare il suo momento di sintesi culturale soltanto affidandosi ad una istituzionalizzazione posticcia e forzata, di cui sono esempio la Commissione europea, il Parlamento europeo o la Bce.

In questa ottica, l’Europa non andava “fatta”, perché già esisteva; non doveva essere forgiata come la moneta su cui adesso si reggono i suoi organismi ufficiali, poiché ci si doveva soltanto limitare a riconoscere il valore della sua unità culturale quale vero ed unico elemento fondativo; non andava costituita perché inesistente, ma andava semplicemente dichiarata poiché già sussistente.

Impantanata nella convinzione (non ancora venuta meno nonostante il fallimento di fatto sotto gli occhi di tutti) per cui soltanto con una moneta unica, istituzioni uniche e burocrazia unica vi può essere una civiltà unica, l’Europa attuale rischia di essere sopraffatta, ben più e ben prima che per l’azione dei suoi avversari che si lasciano esplodere qui e lì in nome dell’islam, più che altro, per la sua ostinazione nel negare la propria identità fondata sulla perfetta sintesi delle tre predette “forze spirituali” che l’hanno costituita.

In questa prospettiva George Steiner ha scritto che «l’Europa morirà se non combatte per difendere le sue lingue, le sue tradizioni locali, le sue autonomie sociali. Perirà se dimentica che Dio si trova nei dettagli».

Proprio questo è accaduto e sta tutt’oggi accadendo, cioè la dimenticanza non solo della mera dimensione trascendente e metafisica, come indica la maldestra operazione di creare una comunità monetaria prima ancora di una comunità politica, ma soprattutto l’indifferenza o perfino l’ostilità verso quel Dio personale che con il cristianesimo ha fatto il suo ingresso nella storia dando vita all’un tempo all’idea di libertà e verità senza le quali non può aversi autentica comunione per nessuna comunità.

Del tutto tradita, dunque, è stata l’aspettativa proprio di uno dei fondatori dell’attuale unione europea, cioè Alcide De Gasperi che, nel 1950, così ha scritto:

«Quando noi parliamo di civiltà occidentale non ignoriamo che i limiti fra civiltà occidentale e civiltà orientale sono di per sé anche costituiti da differenze politiche attuali, ma sappiamo pure che scaturisce da una sola fonte la civiltà che governa l’Europa e l’America. Io spero dunque che in queste vostre riunioni, oltre le formule unificatrici delle risoluzioni, avrete riconfermato nel vostro spirito che una cosa sola è essenziale. Questa sola esige tutti i sacrifici, questa sola esige i compromessi, esige compromessi personali, familiari, nazionali. Questa cosa è il senso unitario del consorzio umano, questo senso di fratellanza universale, al di sopra delle nazioni e della politica, che è l’eredità e il patrimonio del cristianesimo».

Cosa è l’Europa quindi?

Ben altro e ben più delle sue attuali istituzioni monetarie e politiche, qualcosa di non visibile per chi non riesce ad innalzare lo sguardo e lo spirito oltre la siepe degli scambi commerciali, qualcosa che al di fuori della dimensione spirituale è del tutto incomprensibile, come accade a coloro che negano la rilevanza del cristianesimo sposando una intellettualmente poco audace visione materialistica o deterministica dell’esistente e dell’esistenza.

Incombe con tutta la sua carica ammonitrice, allora, acquistando una evidente plasticità per il tramite dei drammatici fatti degli ultimi anni, il pensiero di Romano Guardini: «Anche l’Europa può mancare la sua ora. Ciò significherebbe che un’unità sarebbe realizzata non come passo verso il vivere libero, ma come un cadere nella comune servitù».

Foto da Shutterstock


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