Cosa ci è chiesto ora e che cosa chiediamo

La politica può e deve favorire la tensione alla unità e alla collaborazione civile, ma tale tensione non si origina né si esaurisce nella politica

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I recenti risultati elettorali (sorprendenti per coloro che non conoscono l’Italia, non la girano, non si impegnano nella società reale) invitano a alcune considerazioni.
Che l’Italia sia divisa politicamente non è una novità. La storia ci mostra un territorio su cui da sempre si contendono due o più fronti politici, un tempo diversi regni e signori, spesso aspramente. Mutano ovviamente i contesti e i protagonisti. Ma questo dato mostra che la tensione alla miglior convivenza civile non significa quiete politica. E che il protagonismo italiano nel mondo, in passato e anche ora, è legato solo in parte alla situazione politica.
La politica può e deve favorire la tensione alla unità e alla collaborazione civile, ma tale tensione non si origina né si esaurisce nella politica.
Sentiamo urgenti tre cose:
Più responsabilità nella società e nella politica
Oggi più che mai la società, i corpi intermedi, le associazioni, le comunità devono essere più forti ed essere luoghi dove, pur con differenze politiche, si può collaborare e cercare risposte ai problemi. Delegare tutto questo solo ai partiti o movimenti parlamentari significa rinunciare a tutto ciò che viene prima e che giustifica una politica sana.
La politica deve assumersi responsabilità dinanzi all’invadenza di altri poteri (economico, giudiziario) e non deve mortificare la vivacità sociale, con leggi stataliste e con leggi elettorali come la presente che distaccano la politica dalla società.
La via d’uscita non può essere ridotta ad un mero assistenzialismo statalista, di vecchio stampo, che relegherebbe le persone povere sempre più nella loro solitudine. Ma lo Stato dovrebbe piuttosto sostenere e valorizzare proprio i corpi intermedi, le risorse spirituali, culturali, artistiche che uniscono un popolo, pur politicamente diviso. Questa è una responsabilità per tutti.
Possibile che nella patria della bellezza e della musica, ai nostri giovani si insegni così poco a tale riguardo? Che il 60% degli italiani non legga un libro non è un’urgenza da affrontare tanto quanto il pareggio del deficit di bilancio? Dove e quanti sono i luoghi dove i nostri giovani trovano educatori appassionati e disponibili alle grandi sfide del presente?
Più generosità
Il poeta Eliot ricordava, nei terribili anni delle dittature del ‘900, che gli uomini sognano sistemi talmente perfetti in cui non ci sia più bisogno di essere buoni. Ma nessuna convivenza umana, dalla famiglia alla società, può resistere senza un surplus di generosità di impegno, pazienza, perdono e attenzione da parte dei suoi membri. Non basta fare il “proprio dovere”. Anche perché circostanze come la crisi economica, lavorativa, educativa e umana chiamano tutti a non rinchiudersi nei confini e negli alibi del “dovuto”.
Occorre un surplus di impegno sociale e di impegno politico da parte di tutti. Meno tv e meno social e più mani in pasta nei tanti problemi. Il Papa da tempo lo ripete.
Più ideale
Per sostenere la generosità e la responsabilità e non cedere a pigrizia e, peggio, a cinismo occorre una spinta ideale. Sembra una parola passata di moda. L’ideale nutre invece i nostri slanci e i nostri impegni tenaci più veri. L’ideale non è un sogno. È il desiderio di seguire esempi e modelli di impegno e di vita dinanzi a cui la nostra ragione e il nostro cuore sussultano. In Italia ne abbiamo infiniti, nel passato e nel presente, e in ogni campo, sociale, culturale, politico ed educativo. Ripartire dall’ideale – cioè da tale sussulto – è la vera energia contro ogni facile e deleterio disfattismo o rassegnazione.
Per questo noi, al di là dei risultati elettorali che ci consegnano un paese (come spesso accaduto) diviso e da ridisegnare meglio, siamo stimolati positivamente da quanto accaduto. Le circostanze che la vita e il buon Dio ci donano sono da leggere e da interpretare soprattutto domandandoci: che cosa è chiesto a me ora?
Foto Ansa

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