Corigliano e qualche domanda sulla nostra (in)giustizia

Non occorre essere esperti di vicende giudiziarie per porsi quesiti semplici ma fondamentali. Perché la nostra giustizia è lenta, mediatica e usa della tortura del carcere? Sono domande che la gente si pone, ma spesso non protesta perché il danno capita ad “altri”. Ma dovremmo renderci conto che gli “altri” siamo noi.

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Anticipiamo la rubrica “Cartolina dal Paradiso” di Pippo Corigliano che uscirà sul prossimo numero di Tempi in edicola giovedì.

Il problema dei giudici “iniqui” è vecchio come il mondo. Nel vangelo c’è una parabola dedicata al giudice iniquo che alla fine fa giustizia soltanto perché la vecchietta è insopportabilmente insistente. Nell’antico testamento, nel libro di Daniele, troviamo due giudici anziani che vogliono approfittare della bella Susanna e, quando lei si ribella, la condannano. Solo l’intervento di Daniele riesce a salvarla.

Da sempre il crimine commesso dal titolare della giustizia è ritenuto il più odioso perché commesso da chi dovrebbe essere giusto. Non occorre essere esperti di vicende giudiziarie per porsi domande semplici ma fondamentali. Come mai nel nostro Paese la giustizia è lenta fino a raggiungere il suo scopo dopo troppi anni, alle volte dopo la morte degli interessati? Come mai si ha l’impressione che i giudici diventino veloci, documentati e aggressivi soltanto quando prendono di mira una parte politica? Come mai i processi sono diventati clamorosamente mediatici diffamando irrimediabilmente l’imputato anche quando in seguito si rivela innocente? Come mai si fa tanto uso del carcere preventivo quando è noto che in Italia equivale ad una tortura?

Sono domande che la gente si pone, ma spesso non protesta perché il danno capita ad “altri”. Ma dovremmo renderci conto che gli “altri” siamo noi. È vero che non ci sarà mai una perfetta giustizia in questo mondo ma, per costruire una nuova civiltà, occorrerà essere noi più giusti e denunciare questi comportamenti, indegni di una democrazia.

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