Contro la scuola buona e materna

La pedagogia progressista ci ha convinto che sui banchi sia sempre meglio una carezza a una tirata d’orecchi. Ma la libertà e l’indipendenza si imparano meglio se si segue un maestro

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – A Pinocchio si deve un magnifico cortocircuito tra padri e scuola. Il burattino di Carlo Collodi, con tanto di abbecedario e giacchetta di carta fiorata, vorrebbe andare a scuola per far contento papà Geppetto ma basta un piffero a farlo bigiare, poi a lanciare un martello al grillo parlante, che gli ricorda il fattaccio, e spiaccicarlo al muro. Il crì-crì della scuola contro il pirulì del piffero non ha avuto mai vita facile. La rivoluzione del ’68 sublimò il piffero nell’idea democratica, pardon populista, di una scuola egualitaria, quella del sei politico e degli organi collegiali. Scuola come agorà, idea all’origine generosa come ogni utopia. Le riforme successive nel tentativo, allo stato dell’arte quanto mai infelice, di eliminare ogni traccia di scuola gentiliana hanno infine prodotto un livellamento verso il basso tanto della funzione educativa quanto di quella culturale della scuola italiana. Stretta tra l’esigenza di rispondere ai modelli europei e americani della scuola delle competenze (parolona in voga nei trattati più moderni sulla valutazione scolastica) e la cultura di stampo umanistico – il nostro genoma – la scuola di oggi naviga a vista tra gli scogli aguzzi dell’alternanza a favore d’impresa (dove ci sono le imprese!) e dell’inclusività.

Al netto della necessità di dare opportunità di inserimento nel mondo del lavoro ai giovani bamboccioni e di creare giustamente un modello educativo atto ad accogliere ogni tipo di differenza, il problema sta proprio nel modello educativo. Spiaccicato come il grillo di Collodi. Certo, saranno decine gli esempi virtuosi da opporre a questa visione: non si dimentichi il premio all’insegnante dell’anno (dentro il Piano Nazionale Insegnanti del 2016), proprio quando dei premi non importa più a nessuno. Il punto non è l’esempio virtuoso del singolo ma la ricerca della virtù perduta di un intero sistema.

Il sistema educativo nella scuola non può prescindere dalla definizione del rapporto padri-figli. Senza scomodare Edipo affascinante nel mito quanto opprimente nella sua attualizzazione, il modello educativo tende di per sé all’idea tutta del padre di lasciare eredità di pensiero e di visione. Più Telemaco che Oreste. Che l’approccio alla scuola sia di tipo parentale è fuor di dubbio. La pedagogia progressista (sull’esempio estremo della scuola di Summerhill sperimentata dal pedagogista Alexander Neill ai primi del Novecento) e il costruttivismo hanno insistito sull’identificazione scuola uguale ambiente educativo, familiare o autonomo: insegnanti in cattedra a guidare, con gradi diversi di visibilità, gli adolescenti ad acquisire l’autonomia dell’età adulta, preferendo nel tempo alle tirate d’orecchio del padre la carezza della madre, all’assolvimento di un compito la rilassatezza di un dialogo. La Scuola Buona. Con quell’assai materno buona che sposta la sostanza nella qualità.

Come «l’uom s’etterna»
Evitando la facile tentazione del passatismo, l’idea della scuola padre più che madre forse offrirebbe ai giovani esempi di comportamento più adatti alla loro età. La libertà e l’indipendenza non sono sinonimi: la libertà appartiene al mondo dello spirito, è un’esigenza dell’anima, un obiettivo e un diritto naturale mentre l’indipendenza è il risultato della conquista della libertà. Dunque, prima s’impari a essere liberi, l’indipendenza poi verrà da sé. L’indipendenza insita nell’idea della prevalenza delle competenze sulla conoscenza ribalta quello che è un rapporto prioritario e naturale.

Un modello padre si discute fino semmai a ribaltarlo, il modello madre si imita. Sviluppo contro stasi, specificità contro omologazione. È madre la scuola che impone test che pareggiano le conoscenze e le capacità. Recuperare l’idea di una scuola padre passa necessariamente dalla rivalutazione della figura del maestro. Maestro è colui che sa di più, insegna a sapere di più. È il Ser Brunetto di Dante Alighieri, che insegna come «l’uom s’etterna» e fa brillare la stella che «non può fallire a glorioso porto». È nell’ordine delle cose che l’allievo al termine del percorso di educazione culturale sappia di più del maestro? Domanda retorica da quando Dante, tra la pioggia di fuoco di un Inferno scandaloso ed eterno per l’autore del Tresor, risponde con la plasticità di Brunetto appeso alla sua veste: superi l’allievo il maestro solo se ha fatto tesoro (ipse dixit) dei suoi insegnamenti, offerti con «la cara immagine paterna».

Eccolo dunque il padre. E se non si è figli allievi ben predisposti come Dante, viene in soccorso un’altra voce dal passato: il maestro Quintiliano, che ben sapeva il nesso tra politica e scuola. Il suo è un ragionamento semplice: la classe dirigente di uno Stato deve essere ben formata a partire dai banchi di scuola. Qualcuno obietterà che tutte le riforme hanno origine da tale nobile principio: il problema, si perdoni, non è la partenza ma l’arrivo e soprattutto la strada da seguire. Si ritorna al padre, a chi indica la strada senza tentennamenti o soste. «Prima di tutto il maestro assuma nei confronti dei suoi allievi la disposizione d’animo di un padre e pensi che egli subentra al posto di coloro che gli affidano i figli»: così Quintiliano nel libro secondo di Institutio Oratoria. Un maestro severo e giusto, non parco né eccessivo nelle lodi, non offensivo nei rimproveri.

E fin qui sembra l’antesignano di tutto il pedagogismo che ci ha dato maestri di Barbiana, maestrine dalla penna rossa, diari di Pennac e missioni di D’Avenia. Poi aggiunge: «Egli stesso dica quotidianamente qualcosa, anzi molte cose, che gli ascoltatori possano meditare fra sé». La voce viva dell’insegnante che trasmette affezione e rispetto. Il rispetto che nasce dalla severità e dall’esempio, dalla coerenza. Dalla convinzione che il sapere, la fame di conoscenza servono a un’eternità tutta proiettata nel presente. Il presente di chi a scuola si fa una cultura, il presente di chi, consegnato alla vita da civis, vi porti un patrimonio di conoscenze non indottrinate e il rigore nella conquista del merito. Riflessioni prima che con il nuovo anno scolastico torni a suonare il piffero del buonismo e si possa dire a Karl Popper che tutti i cigni sono bianchi.

Foto Ansa

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