Era Mata il campione misterioso. L’ha indovinato Tommaso, che sul campo non risparmia neanche i suoi alunni

Tornaghi insegna alle medie e gioca a pallone da sempre. Ma a differenza del calciatore spagnolo non ha mai vinto nulla, «nemmeno la coppa per la squadra che dice meno parolacce»

Si parlava di calciatore-professore, un campione che a testa alta insegna l’arte del pallone ad ogni giocata, associando all’estro dei piedi la grande intelligenza che gli permette di portare avanti pure la carriera universitaria. Così Tommaso si è sentito chiamato in causa. Perché magari non sarà famoso come il campione misterioso in oggetto, però anche lui insegna, non calcio ma storia, non in campo ma alle medie, scuola Kolbe di Lecco, e anche lui in questi anni ha dovuto correre incontro a notevoli sacrifici per mettere assieme il talento pallonaro alla voglia di laurearsi in lettere. Per questo ha sentito un po’ suo il profilo di Juan Mata e subito l’ha indovinato.

SPINGE COME CARLOS, CALCIA COME TORRICELLI. In realtà però il parallelo tra l’esterno spagnolo del Chelsea e Tommaso Tornaghi finisce qui: perché quest’ultimo gioca terzino e la porta la vede poco, pochissimo, ha due piedi che di Stamford Bridge ricordano solamente i rozzi seggiolini, e invece che giocare in Premier League è un habitué ormai da 12 anni del torneo dell’amicizia di Renate, competizione per sole squadre di club organizzata dal decanato locale. Per Mata sono stati scomodati paragoni illustri, come quello con una vera leggenda dei Blues, Gianfranco Zola, mentre Tommaso preferisce descriversi come un difensore che ha sì la spinta di Roberto Carlos, ma pure la precisione di Moreno Torricelli. E se il giocatore spagnolo può vantare di essere campione d’Europa e del Mondo, Tommaso non ha mai vinto un trofeo, nemmeno quello che gli organizzatori del suo campionato assegnano alla squadra più sportiva, quella che dice meno parolacce. «Sì, diciamo che non c’è mai stata troppa ambizione nel mio modo di giocare a calcio. L’ho sempre fatto solo per divertirmi. Però qualche soddisfazione me la sono tolta, ci tengo a dirlo: come poche settimane fa, quando all’ultima di campionato, finalmente sono riuscito a fare gol. Stop di petto e tiro sotto l’incrocio. Una rete proprio alla Juan Mata».

A SCUOLA. Meglio quindi dedicarsi alla carriera da professore in cattedra, lasciando il pallone ad una passione da coltivare nel tempo libero, vestendo le scarpe chiodate oppure leggendo qualsiasi cosa stuzzichi la sua attenzione da tifoso (ha risposto a tutti i Campioni misteriosi che abbiamo pubblicato, pure quelli dello scorso anno, ovviamente vincendo sempre). A Lecco però ha trovato terreno un po’ ostico: di studenti ferrati in materia pallonara ce n’è sempre di meno, l’amore per il rugby fa proseliti nelle sue classi e i ragazzi bravi con la palla rotonda ai piedi calano. «Però due volte all’anno organizziamo una partita, professori contro ragazzi. È un modo per raccogliere fondi da devolvere poi ad Avsi: ci divertiamo, è sempre bello sfidare quelli che sono i tuoi studenti. Però mi innervosisco sempre a vedere come giocano ora i giovani: troppo leziosi, troppi doppi passi. E loro si arrabbiano perché io invece entro un po’ duro». Trance agonistica o metodi educativi?

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