Il problema di Conchita Wurst non è che ha la barba. Ma è che, se non l’avesse, non sarebbe a Sanremo

«Una volta nello spettacolo come in tutti i campi c’erano i raccomandati dai partiti. Ora ci sono i raccomandati della charity della bontà»

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Conchita-Wurst-shutterstock_203007574Arriva Conchita Wurst a Sanremo e un po’, francamente, chissenefrega. È chiaro che i pochi minuti concessi ieri alla famiglia Anania siano stati ideati per bilanciare la presenza della drag queen austriaca con barba, vincitrice dell’Eurovision Song Contest 2014. Ma anche su questo non ci pare il caso di scandalizzarsi. È Sanremo, un carrozzone per lo più noioso, ormai rito mediatico italiano, in cui ci sta dentro un po’ di tutto. E di solito questo tutto è piuttosto trash.
Resta il fatto che tra tutti i commenti che abbiamo trovato on line, il più simpaticamente azzeccato ci pare quello scritto da Bruno Giurato sul Giornale Off. Ve lo riproponiamo qui di seguito.

Verrà Sanremo e avrà la barba di Conchita Wurst. Non perché la drag queen austriaca dimostri qualche particolare merito artistico, né come cantante, né come performer; ma perché appunto è un uomo, ma è anche una drag queen, e ha la barba. E sarà ospite al festival dei fiori nel plauso generico e generale: dal conduttore-direttore artistico Carlo Conti agli altri ospiti, ai concorrenti.

Una volta nello spettacolo come in tutti i campi c’erano i raccomandati dai partiti. Ora ci sono i raccomandati della charity della bontà, dell’identità sessuale che sarebbe anche identità culturale, del Progresso, al quale non si può dire di no o si viene presi per picchiatori puzzanti di birra.

Altro che protesta dei cattolici di questi giorni, a favore della Wurst si è espresso qualche mese fa il cardinale di Santa Romana Chiesa Christoph Schönborn: “Ha portato al centro dell’attenzione un grande tema, un tema reale, soprattutto per persone costrette a subire ingiustizie, discriminazioni e cattiverie. Sono contento che Thomas Neuwirth con il suo nome d’arte Conchita Wurst abbia avuto un tale successo”.

Ecco, carity per charity, l’imprimatur del, per quanto discusso, Cardinale. Tié! Ecco la testimonianza che la Wurst corrisponde al più grande ideale che l’Occidente sembra aver maturato nella sua millenaria storia. L’assenza di quella cosa vincolante, noioisa, e un po’ totalitaria che si chiama “contenuto” (l’Uomo senza contenuto, un bel saggio di qualche anno fa di Giorgio Agamben) in nome di un liberalismo immaginativo incurante di qualsiasi vincolo culturale e fisico.

Lo spaesamento indotto dal fatto che la Wurst “nun se po’ guardà” sarebbe un fatto tutto positivo, quindi. Il fatto che come cantante navighi nella mediocrità (qualsiasi pianobarista medio o media è uguale), il fatto che le sue canzoni siano interessanti più che altro per le parodie che ne fanno in rete, non conta. Il fatto che sia emersa all’Eurofestival, la manifestazione musicale più trash, guardata da tutti per farsi quattro risate (mentre i talenti veri della musica europea restano giustamente nell’ombra) non è importante. Verrà Sanremo e avrà non le corde vocali, ma il sistema pilifero di Conchita Wust. Raccomandata dalla bontà.

Conchita Wurst foto shutterstock

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