Il Pd salva il carrozzone cinematografico (alla faccia della spending review)

Grazie a un emendamento del Pd è stato salvato dai tagli il Centro sperimentale di cinematografia. All’ente, Tempi aveva dedicato un’inchiesta uscita poche settimane fa

(AGI) – Roma, 27 lug. – Si salvano dalla spending review il Centro sperimentale di cinematografia, la Cineteca nazionale e l’Istituto centrale per i beni sonori e audiovisivi, mantenendo la “loro fisionomia autonoma”. Lo rende noto il senatore Vincenzo Vita (Pd) dopo il via libera in commissione Bilancio del Senato a un emendamento del Partito Democratico. “E’ andata bene – afferma Vita in un comunicato- anzi benissimo. E’ passato il nostro emendamento ed era già rientrata, per fortuna, la tentazione di sciogliere l’Istituto centrale per gli archivi”.

Ecco il nostro articolo uscito poche settimane fa sul Centro sperimentale di cinematografia.

Fine di un vecchio film
Con una mossa (quasi) a sorpresa Ornaghi ha preso in mano il dossier Centro sperimentale di cinematografia e ha interrotto bruscamente una trama di sprechi e privilegi che durava da dieci anni. Forse l’Italia si può governare

L’Italia si può governare, allora. La notizia non è da poco. A giudicare dal piglio con il quale il ministro per i Beni e le Attività culturali Lorenzo Ornaghi ha iniziato a mettere ordine nel pletorico mondo della cultura italiana viene da pensare che le riforme serie, quando c’è la volontà, siano alla portata anche della nostra bistrattata classe dirigente. È invece curioso come ogni volta che la stampa scrive di Ornaghi si alluda a un certo suo presunto vizio di temporeggiare. Tuttavia agli osservatori del mondo culturale tricolore, col suo illustre elenco di uomini di comando, da Urbani a Bondi passando per Rutelli e Galan, appare chiaro l’esatto contrario: cioè che Ornaghi, probabilmente scevro da sudditanze psicologiche, non ha mai temporeggiato, mediato o inciuciato. Lo dice il commissariamento del museo Maxxi di Roma, deciso ad aprile; lo dice l’avvicendamento di Alain Elkann al Museo Egizio di Torino; lo dice infine il clamoroso licenziamento in tronco di Francesco Alberoni e di tutto il suo entourage dalla Fondazione del Centro sperimentale di cinematografia (Csc).

Quest’ultimo atto va oltre il concetto di transizione: è una rivoluzione. Mai si era visto un ministro che, sollecitato dall’interrogazione di un parlamentare (Daniele Galli di Fli), prendesse sul serio la materia, ne approfondisse la conoscenza già maturata nei mesi precedenti e infine con un atto giuridico tanto forte quanto innovativo dichiarasse la soppressione immediata dell’ente e con esso la decadenza dei suoi discussi vertici. Dal presidente Alberoni al suo ras Marcello Foti, che era direttore generale, passando per tutti i direttori delle sedi regionali proliferate sotto il mandato del sociologo, Ornaghi ha fatto piazza pulita nel vero senso della parola. Basta col nepotismo (a Milano il direttore Bartolomeo Corsini era, guarda caso, il genero di Alberoni), con le invenzioni strambe come aprire sedi distaccate a L’Aquila e a Palermo, e con le posizioni di potere incancrenite, vedi Sergio Toffetti a Torino, mal visto dagli stessi vertici politici piemontesi incapaci però di liberarsene con la propria forza. Come ogni buon ministro dei Beni culturali, Ornaghi sopporta almeno una polemica al giorno, con la spada di Damocle di Pompei sempre pronta ad abbattersi sulla sua testa. Ma ha deciso di mettere la parola fine a un regno assoluto che durava da oltre dieci anni. Un regno basato sul controllo totale, da parte di Alberoni e del fedelissimo Foti, del finanziamento che il ministero metteva loro a disposizione.

Novanta giorni per il direttore
La riforma, o rivoluzione, di Ornaghi parte proprio dal nodo delle risorse e dal loro impiego. Sembra che non un euro e non un solo dipendente (tranne gli strapagati direttori, quasi tutti sopra i centomila euro annui più premio di produzione) verranno tagliati. Rispetto al passato, però, il finanziamento andrà alla didattica, cioè a quella gloriosa Scuola nazionale di cinema che per Alberoni e soci sembrava essere diventata solo un pretesto per spendere la maggior parte delle risorse – secondo una fonte all’interno del ministero – per voci che con la didattica non avevano nulla a che fare.

All’interno della spending review l’operazione voluta da Ornaghi prevede di accogliere i dipendenti dell’ente soppresso all’interno del ministero, liberando così i fondi del Fus; una nuova governance, agile e competente rispetto al passato, gestirà quindi la Scuola di cinema mettendo forse fine a dieci anni di polemiche anche violentissime. Per ora l’interregno è gestito da Nicola Borrelli, capo della direzione generale per il cinema del Mibac stesso, che ha a disposizione novanta giorni per dismettere ogni cosa e supervisionare la nomina di un nuovo direttore generale e di un comitato scientifico degno del nome. Resta un solo interrogativo all’orizzonte: visto che fino a oggi Borrelli ha lasciato proprio a Foti carta bianca nella gestione dell’ordinaria amministrazione, qualcuno teme che l’ex direttore generale, potente e astuto sindacalista, vorrà riciclarsi nella nuova realtà, mentre altri sono pronti a scommettere che Ornaghi non lascerà annacquare la sua rivoluzione da una così smaccata manovra gattopardesca.

Certo urge definire la didattica e il destino delle sedi regionali, ciascuna delle quali ha una storia a sé. Alberoni ha in effetti lasciato una scomoda eredità con un moltiplicarsi di sedi non sempre utili, una Scuola di cinema priva di preside, una dirigenza viziata che vorrà far valere i suoi privilegi e un numero di allievi e dipendenti (vera anima del Csc) che attendono con ansia di sapere quale futuro li aspetta.

Lorenzo Ornaghi, ormai ci avrà fatto l’abitudine. Sui giornali tornerà a leggere che sta temporeggiando. Ma se il tempo gli porterà ancora consiglio, come ha fatto finora, sarà tempo ben speso. Con competenza e un po’ di coraggio l’Italia può dunque essere governata. Ornaghi, un rettore prestato alla politica, docet.