Con gli amici di Marco Gallo sul Montallegro

Paola e Antonio, in tutti gli anni che li separano dalla morte del figlio, hanno ripetuto il pellegrinaggio. Per una scritta che lui aveva inciso sul muro: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo?»

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marco-galloArticolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti

Quando penso all’alba di un nuovo mondo, spengo le emozioni, mi separo dalla tv, prendo qualche istante sabbatico dal touch-screen e ritorno con gli occhi al giorno di Ognissanti.

Rivedendomi in famiglia, con altre famiglie, una discreta varietà di prof nonni e nipotini, in compagnia di centinaia di ragazzi che sono tornati per il quinto anno consecutivo sulla cima di Montallegro, santuario alla Madonna, Rapallo, Liguria. Ritornati, perché mamma Paola e papà Antonio, in tutti gli anni che li separano dalla morte del figlio Marco (diciassettenne che un’automobile travolse mentre in moto si recava a scuola al liceo Don Gnocchi di Carate Brianza), hanno ripetuto questo gesto di pellegrinaggio carichi della certezza consegnata loro da una piccolissima scritta che Marco aveva inciso sul muro della sua camera, accanto al crocifisso, la sera prima di morire: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo?».

Non so come, non so perché, ma se ho trovato pochi chierici che capiscono questa cosa, a me sembra sempre più chiaro che la prova-provata della resurrezione di Cristo è la resurrezione umana che si manifesta «là – come dice il Gesù dei Vangeli – dove due sono insieme nel mio nome». La differenza che passa tra una comunità cristiana e una comunità qualsiasi è semplicemente questa. Là, c’è un orizzonte vasto quanto il mare a perdita d’occhio. E c’è ardore giovanile.

Qua, c’è un orticello che può anche essere pieno di tanta bella roba. Ma è come l’hortus conclusus medievale trasformato in giardino, convento, monastero secolare, da vecchierelli col fiato e il calzino corto. Gente che avendo perduto Iddio, questa pazzia d’amor che move il sole e l’altre stelle, cosa possono guadagnare stando rinchiusi nel loro dis-interessato (a-teo) orticello? Cosa possono trovare zappando, sia pur con passione, patate e cavoli neri? Effimero. Solo effimero che cotto e mangiato se ne va giù per l’intestino tenue e crasso, e poi giù ancora, per le note vie che sappiamo, fosse anche quel che ciascun essere umano si trova ad essere. E cioè pietanza che nutrirà il sottoterra.

Ok, perso Iddio, puoi guadagnare la credenza che tra cent’anni i tuoi simili conquisteranno Marte e allora non si morirà più di cancro ma di diarrea marziana. O puoi trovare la goduria di una legge che ci avrà dichiarati finalmente alla pari dignità con lepri e fagiani, così che i popoli più avanti andranno a caccia anche di animali come noi. Ma insomma, che noia è il progresso in un orticello?

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