La fine del comunismo in Europa. I miei incontri da Wojtyla al sopravvissuto che lesse Dante nel Gulag

L’inviato Luigi Geninazzi racconta i suoi incontri nell’Europa dell’Est: «La caduta del Muro di Berlino fu solo il punto di arrivo di un lungo processo»

Non è un saggio storico, ma un romanzo. Quello di una vita da reporter come Luigi Geninazzi, giornalista per anni inviato da Il Sabato e da Avvenire Oltrecortina a raccontare la vita sotto il comunismo nell’Europa dell’Est. L’Atlantide Rossa, libro che esce oggi nelle librerie, è tutto costruito su racconti in prima persona: episodi, personaggi, momenti vissuti direttamente dal giornalista. «Ma è un romanzo anche perché la caduta stessa del Muro di Berlino è un susseguirsi di eventi che sa di romanzo vero», spiega a tempi.it l’autore. Una storia che va ben più indietro di quel 9 novembre 1989 con cui si è soliti identificare la fine del gigante sovietico. «Quella notte fu solo il punto di arrivo di un lungo processo».

In che senso?
Il crollo del Muro è diventato un’icona nel mondo. Ma questo avvenimento è il solo punto di arrivo di un processo più lungo, e come un po’ tutte le immagini iconizzate è un po’ falsa: il muro non è crollato, ma è stato tirato giù da tanta gente nel corso di un decennio. Ho scritto questo libro con l’idea di raccontare questa storia. Parte nell’80, con la prima crepa in questa cortina: lo sciopero degli operai polacchi di Danzica, quando nasce Solidarnosc. Da lì cominciò una serie di eventi che nei nove anni successivi portarono alla caduta del comunismo.

Che appare come un romanzo vero e proprio…
Sì, nessuno scrittore di fantapolitica avrebbe potuto immaginare in quel periodo che un sistema così potente e oppressivo potesse finire in quel modo. Chi ha più di 50 anni si ricorda bene la paura per la guerra nucleare e il comunismo. Per cambiarlo, si diceva, ci vuole una terza guerra mondiale, cosa che ovviamente nessuno voleva. Invece ci fu qualcuno che pensò che con le sue mani potesse essere più forte di questo sistema armato. Furono tante persone: Walesa, Havel, Giovanni Paolo II, ma anche tanti cittadini sconosciuti. All’inizio la lotta fu faticosa e dura, poi però nell’89 tutto si fece luminoso: i regimi dei vari stati crollarono come un domino, mese dopo mese. Ci fu un’accelerazione di colpi di scena.

È stata una rivoluzione riuscita: il comunismo ha ceduto senza che «si rompesse neanche un vetro», come dice nel libro. Qual è stata allora la forza che ha fatto cadere il Muro?
È un concetto che Walesa spiega bene nella prefazione: ad un certo punto è apparso sulla scena il Papa polacco. Era il ’79, anno del primo viaggio in Polonia di Wojtyla. Questo ha cambiato il cuore e la mente della gente. Con il suo grido «Non abbiate paura!», ha fatto capire che si poteva avere il coraggio di chiedere il rispetto dei propri diritti di libertà: sindacale, religiosa, politica, sociale. Tutto ciò poteva essere chiesto senza violenza perché si era già liberi interiormente. Walesa lo spiega in maniera pittoresca: racconta che ai primi scioperi di Danzica si trovava attorno dieci persone. Quando poi arrivò papa Wojtyla se ne trovò attorno dieci milioni!

La connotazione religiosa di questo movimento emerge bene nelle pagine dedicate a Walesa e Solidarnosc, quando racconta dell’unità tra i cantieri di Danzica offerta proprio dalla fede comune. Che differenza vede rispetto alle rivoluzioni della Primavera araba?
La religione è stato elemento decisivo di queste rivoluzioni non violente: i fatti di Danzica sono stati emblematici, con le Messe celebrate nei cantieri, gli operai che si scambiavano il pane in segno di solidarietà… La religione era rispettata in tutta la Polonia, anche dai non credenti, che vi vedevano un bastione della libertà. Si vede bene quello che diceva Tocqueville nell’Ottocento: la fede non è solo un riconoscimento di qualcosa che sta nell’aldilà, ma un elemento che pone dei limiti al potere terreno. È quindi anche una grande forza terrena. Quello che vediamo nelle rivoluzioni arabe invece è un islam che diventa benzina per l’integralismo. Non c’è una concezione basata sull’amore, ma sull’odio: è l’uso di Allah strumentale, è l’idea che gli uomini devono dare il loro braccio armato a Dio, che altrimenti rimane impotente. Per i cristiani invece Dio è potentissimo, può usare l’uomo, che resta però suo servo inutile.

C’è un momento di questi viaggi nell’Est Europa che ricorda particolarmente?
Mi sono commosso a ripensare ai miei incontri con Giovanni Paolo II: ho avuto questo grande dono di stare con lui a Castel Gandolfo per giorni, ed è stata grande emozione. Nel libro lo racconto. Però non vorrei dimenticare anche tanti altri personaggi: non posso scordare, per esempio, quella volta che in Lituania andai ad intervistare una suora clandestina. Avevo il problema dell’interprete e lei mi fece trovare un signore anziano che sapeva l’italiano alla perfezione. Non era mai stato in Italia: aveva studiato per 20 anni la nostra lingua nei gulag. Mi emoziono ancora al pensiero di ciò che mi disse: «Lei è il primo italiano che incontro». Fu per me l’esempio di una persona tutta animata dal desiderio: pur vivendo nei gulag, era riuscito a studiare la lingua di Dante.