Come si esce dalla crisi? “Con la sussidiarietà”, dice il Papa

Alla catechesi del mercoledì, Francesco ha richiamato l’importanza di coinvolgere i corpi intermedi nella costruzione del bene comune

Come si esce dalla crisi generata dal coronavirus? “Con la sussidiarietà” ha detto ieri, in estrema sintesi, papa Francesco durante l’Udienza generale. Il Pontefice ha dedicato la consueta catechesi del mercoledì a questo «principio» importantissimo:

Da un lato, e soprattutto in tempi di cambiamento, quando i singoli individui, le famiglie, le piccole associazioni o le comunità locali non sono in grado di raggiungere gli obiettivi primari, allora è giusto che intervengano i livelli più alti del corpo sociale, come lo Stato, per fornire le risorse necessarie ad andare avanti. Ad esempio, a causa del lockdown per il coronavirus, molte persone, famiglie e attività economiche si sono trovate e ancora si trovano in grave difficoltà, perciò le istituzioni pubbliche cercano di aiutare con appropriati interventi sociali, economici, sanitari: questa è la loro funzione, quello che devono fare.

Dall’altro lato, però, i vertici della società devono rispettare e promuovere i livelli intermedi o minori. Infatti, il contributo degli individui, delle famiglie, delle associazioni, delle imprese, di tutti i corpi intermedi e anche delle Chiese è decisivo. Questi, con le proprie risorse culturali, religiose, economiche o di partecipazione civica, rivitalizzano e rafforzano il corpo sociale. Cioè, c’è una collaborazione dall’alto in basso, dallo Stato centrale al popolo e dal basso in alto: delle formazioni del popolo in alto. E questo è proprio l’esercizio del principio di sussidiarietà.

SPERANZA E CORPI INTERMEDI

Con il suo consueto stile colloquiale e riprendendo alcuni temi a lui cari (la cultura dello scarto, gli ultimi, i deboli), il Pontefice ha legato il tema della sussidiarietà alla speranza. Non bastano gli applausi a medici e infermieri, occorre che si applichi la sussidiarietà così che ognuno possa «assumere il proprio ruolo per la cura e il destino della società». E perché ognuno possa essere protagonista serve coinvolgere quei corpi che compongono la società: «Non c’è vera solidarietà senza partecipazione sociale, senza il contributo dei corpi intermedi: delle famiglie, delle associazioni, delle cooperative, delle piccole imprese, delle espressioni della società civile».

INDIVIDUALISMO E STATALISMO

Sebbene ultimamente un po’ dimenticata, la sussidiarietà è il principio ispiratore degli interventi della Chiesa nella politica e nella società. Giustamente, papa Francesco ha richiamato due paragrafi dell’Enciclica Quadragesimo anno di Pio XI nei quali papa Ratti così spiegava il ruolo dello Stato e il suo rapporto con la società civile:

79. E quando parliamo di riforma delle istituzioni, pensiamo primieramente allo Stato, non perché dall’opera sua si debba aspettare tutta la salvezza, ma perché, per il vizio dell’individualismo, come abbiamo detto, le cose si trovano ridotte a tal punto, che abbattuta e quasi estinta l’antica ricca forma di vita sociale, svoltasi un tempo mediante un complesso di associazioni diverse, restano di fronte quasi soli gli individui e lo Stato. E siffatta deformazione dell’ordine sociale reca non piccolo danno allo Stato medesimo, sul quale vengono a ricadere tutti i pesi, che quelle distrutte corporazioni non possono più portare, onde si trova oppresso da una infinità di carichi e di affari. 

80. È vero certamente e ben dimostrato dalla storia, che, per la mutazione delle circostanze, molte cose non si possono più compiere se non da grandi associazioni, laddove prima si eseguivano anche delle piccole. Ma deve tuttavia restare saldo il principio importantissimo nella filosofa sociale: che siccome è illecito togliere agli individui ciò che essi possono compiere con le forze e l’industria propria per affidarlo alla comunità, così è ingiusto rimettere a una maggiore e più alta società quello che dalle minori e inferiori comunità si può fare. Ed è questo insieme un grave danno e uno sconvolgimento del retto ordine della società; perché l’oggetto naturale di qualsiasi intervento della società stessa è quello di aiutare in maniera suppletiva le membra del corpo sociale, non già distruggerle e assorbirle. 

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