Come scintilla lo squallido mercato dei figli

Con inni, selfie, flash, telecamere Biotexcom celebra la “cerimonia” di consegna dei figli commissionati a Kiev. Dove l’utero in affitto devasta donne e neonati difettosi

Il tenore che cantava l’inno argentino e spagnolo, le coppie in piedi con la mano sul cuore, le telecamere, i flash, i palloncini. Poi, una ad una, le infermiere avevano sfilato con i bebè in braccio tra gli applausi, consegnandoli ai rispettivi genitori-committenti. I piccoli, immobili, gli occhi ancora chiusi, lasciati nelle braccia di perfetti sconosciuti in mascherina, venivano baciati sulle guance, fotografati, infilati nei selfie, mentre gli adulti coi loro preziosi fagotti in mano, qualcuno accanto a figli più grandicelli, rispondevano alle domande dei giornalisti. Così all’hotel Venezia di Kiev, andava in onda il sequel del video diffuso a maggio dalla Biotexcom. Una vera e propria cerimonia di “consegna figli” come coppe, medaglie e onorificenze al merito.

LA CERIMONIA DEL “LIETO FINE”

Per Andreo Díez era arrivato finalmente il “lieto fine”: a inizio giugno insieme al marito Ferdinando Montero e ad altre otto coppie argentine aveva ottenuto il nullaosta dal governo per volare a Kiev e recuperare i bambini commissionati alle madri surrogate al soldo della clinica ucraina Biotexcom. E come nei film, alcuni di quei 46 neonati (ora sono 125) esposti in cullette trasparenti che risplendevano alla luce dei lampadari della sala da ricevimento dell’hotel Venezia, avrebbero incontrato i genitori-committenti provenienti da Argentina e Spagna e impossibilitati a ritirarli alla nascita a causa del lockdown.

BIMBI, BACI, SELFIE E CONNESSIONI MAGICHE

Neonati come Ignacio, che, nel video diffuso dalla Biotexcom, Díez ha abbracciato e baciato tra gli scatti dei fotografi invitati alla cerimonia mediatica. Poco importa come fossero venuti al mondo, l’importante era sottolineare con la forza di nuove immagini la tenacia dei genitori-intenzionali argentini, che grazie all’aiuto di un dirigente d’azienda, Ricardo Fernández Núñez, che aveva procurato loro un aereo, avevano raggiunto Kiev, aderendo a tutte le norme igienico-sanitarie, erano restati in quarantena per dieci giorni e solo dopo essere risultati negativi a Covid-19 avevano potuto precipitarsi all’hotel Venezia. Racconta il Buenos Aires Times, che guardando Ignacio negli occhi Díez ha sentito una “connessione istantanea, un amore mai provato prima: d’incanto i nove anni passati a cercare di avere un figlio e il terrore di Covid-19 erano scomparsi, “ora possiamo fare piani per il futuro. È una cosa magica”.

RITIRARE L’ORDINE IN UCRAINA

A metà giugno 31 coppie avevano già ritirato il loro bambino, altre 88 erano attese da Cina, Stati Uniti, Argentina, Italia, Spagna, Gran Bretagna, Francia, Germania, Bulgaria, Romania, Austria, Messico e Portogallo in Ucraina. Dove il coronavirus ha inceppato un meccanismo collaudato: statistiche ufficiali non esistono ma gli esperti assicurano che fino a tremila genitori stranieri lasciano ogni anno il paese con un figlio nuovo di zecca in braccio. Un mercato dei figli che come tutte le forme di business e commercio ha i suoi problemi di regole, abusi, corruzione. Quello che le immagini e la magia di uno sguardo intercettato dalle telecamere e ben confezionato sul canale Youtube della Biotexcom non racconta, lo ha però raccontato il Guardian.

LIUDMYLA ATTENDE IL “SALDO” DI UNA BIMBA

Non si dice che l’hotel Venezia alla periferia di Kiev, è protetto da mura esterne e filo spinato. Che in un paese a corto di liquidità, dove il salario medio è salito dai circa 100 euro al mese del 2014 ai 330 attuali, le donne più povere, specie delle aree rurali, fanno la fila per portare avanti una gravidanza per altri e intascarsi in nove mesi circa tre anni di stipendio: undicimila euro circa di un pacchetto di maternità surrogata che non costa meno di 27 mila euro. Sempre che si riesca ad ottenere la cifra pattuita: Liudmyla, che vive a Vinnytsia, sta ancora aspettando il saldo per la gravidanza di una bambina consegnata a una coppia tedesca a febbraio. Lavora per una clinica concorrente della Biotexcom, ha ricevuto il trasferimento di embrioni a Kiev e, come da ordini dei committenti, ha partorito in Polonia – dove la surrogazione di maternità è vietata – perché la piccola fosse registrata lì. Ha acconsentito a portare avanti due gravidanze per conto terzi per potersi permettere un appartamento per sé e i suoi tre figli, la prima trascorsa in terapia intensiva: ma la pubblicità incessante di cliniche e agenzie che anche oggi promettono soldi facili sui mezzi pubblici, sui giornali e nei social network l’aveva convinta a rimettersi in gioco. Ora ha ricevuto solo metà del suo compenso.

TETIANA, QUATTRO EMBRIONI, UN ORDINE SOLO

Tetiana Shulzhynska cerca invece di dissuadere le donne come Liudmyla: da anni monitora e scrive ai gruppi di promozione della surrogata raccontando alle donne che il sogno dorato dell’utero in affitto diventerà in fretta un incubo per chi ci crede, “Proteggono solo i figli dei committenti, di noi a loro non importa nulla”. Tetiana vive a Chernihiv, nel 2013 aveva un disperato bisogno di soldi per sé, per i suoi due bambini e per ripianare i debiti con la banca: la Biotexcom le aveva dovuto pagare perfino il biglietto per Kiev. Qui si era messa “al lavoro” come portatrice di una coppia italiana scontrandosi immediatamente con quello che le telecamere non dicono e non diranno mai: in seguito ai trasferimenti, quattro embrioni avevano iniziato a vivere nel ventre di Tetiana. La coppia però uno ne aveva ordinato e uno ne avrebbe portato a casa: la clinica asportò chirurgicamente gli embrioni in eccesso.

IL CANCRO E LE INDAGINI

Nel maggio del 2014 Tetiana diede quindi alla luce una bambina in cambio di novemila euro. Sette mesi dopo tornò in ospedale con fortissimi dolori addominali: cancro alla cervice uterina fu la diagnosi. La donna ci mise un anno per poter raccogliere fondi per affrontare un intervento chirurgico e salvarsi la vita. Troppo tardi, il cancro era già diffuso: i medici, le hanno spiegato oggi, dovranno amputarle una gamba. Secondo la donna, che nel 2015 ha denunciato per danni alla salute la Biotexcom, cancro e trattamenti per la surrogazione sono collegati. Non ha prove, ma non è l’unica ad essersi rivolta alla giustizia facendo partire indagini contro la clinica: altre tre madri surrogate hanno subito isterectomie subito dopo il parto.

SCAMBI DI EMBRIONI E FIGLI RIPUDIATI

Non sono le uniche indagini aperte: nel 2016 Biotexcom viene accusata di traffico di esseri umani. È una coppia italiana a rivolgersi al tribunale quando scopre che i bambini portati a casa dall’Ucraina non sono geneticamente imparentati con loro. I piccoli, nati nel 2011, sono stati messi in adozione. In almeno altri tre casi i genitori intenzionali hanno ripudiato i bambini commissionati scoprendo che avevano problemi di salute. Bridget, “figlia” di una coppia di americani, è nata nel 2016 e ora vive in un orfanotrofio a Zaporizia, nell’Ucraina orientale. La clinica ha bollato “assurdità” accuse come quelle di Tetiana, scaricando la colpa sugli ospedali e affermando che in caso di rimozione dell’utero si sono sempre prodigati in risarcimenti. E che se ci sono stati “scambi di embrioni” nel 2011, questo era dovuto all’inesperienza delle clinica che allora aveva solo un anno di vita, “non penso che siamo stati solo noi a fare errori qui. Se qualcuno inizia a controllare il dna ci saranno molti scandali”, ha detto Albert Tochilovsky, attuale patron di Biotexcom.

LE SURROGATE DEVASTATE DA DOLORE E ORMONI

A lamentarsi di venire “trattate come oggetti di proprietà” sono le stesse surrogate: l’ong Strenght of mothers racconta di donne obbligate per contratto a impianti di embrioni continui per un anno intero prima di riuscire a restare incinte, gli avvocati de La Strada Ucraina dicono di ricevere un centinaio di telefonate all’anno da madri devastate dalla vendita dei bambini portati in grembo o dagli ormoni assunti a quintali per migliorare le possibilità di restare incinta. Qualcuna ha anche tentato la fuga, provando a nascondersi con il figlio partorito per non separarsene. Qualcun’altra ha adottato il piccolo rifiutato da committenti all’ultimo momento perché “difettoso”.

ALMENO PENSINO A BRIDGET

Di tutte queste cose non si parla, il giro d’affari è una manna per il paese. Ci pensi chi invoca maggiori tutele e un quadro giuridico per regolarizzare la pratica: nessuna legge che trasformi il diritto in un grottesco strumento di abuso da parte di chi ha il portafoglio pieno potrà edulcorare le distorsioni di un mercato costruito sulla barbarie dell’utero in affitto, il desiderio del committente, il bisogno della surrogata, il figlio da consegnare come una medaglia al merito nella sala da ricevimento di un hotel protetto da filo spinato. Pensino a chi non finirà su Youtube o in un post di Instagram parlando di “magia e amore”, pensino a Tetiana con la sua gamba amputata e alla piccola Bridget, partorita da una donna proveniente dalle zone devastate dalla guerra vicine a Donetsk, piena di disabilità e abbandonata dai committenti americani. È davvero questo il prezzo da pagare per fingere di rendere accettabile una pratica fondata sullo squallore del contratto di maternità surrogata?