Come parlare di Dio oggi? L’Anti-manuale di evangelizzazione di Fabrice Hadjadj

Nel suo nuovo libro il filosofo francese racconta la sua conversione. E di Dio che da “tappabuchi” si è fatto “apri-abisso”. Soprattutto una presenza carnale, anche nei nemici

È oggi in libreria Come parlare di Dio oggi? Anti-manuale di evangelizzazione del filosofo francese Fabrice Hadjadj. Edito da Edizioni Messaggero  Padova (pagine 180, euro 13), il libretto è stato anticipato in alcuni suoi stralci sul quotidiano Avvenire.
Hadjadj, filosofo, saggista e drammaturgo che i lettori di tempi.it conoscono bene, racconta in questa sua opera la sua “conversione”, parola che, confessa, «prima odiavo». «Quando qualcuno diceva “Dio” – scrive Hadjadj -, mi sembrava che mettesse fine a qualsiasi discussione. Aveva introdotto con l’imbroglio un altro jolly nel mazzo di carte». Il filosofo scrive che quella parola «era un abracadabra, una formula magica e mi verrebbe da dire addirittura una “soluzione finale”, con tutto ciò che può comportare di terrorizzante un’espressione del genere. Una soluzione finale all’interno di una discussione che, d’un tratto, veniva soffocata da questa parola grossa e massiccia».
Per questo, dice Hadjadj «la mia conversione consistette dapprima in una conversione di vocabolario. All’epoca del mio ateismo ero obbligato a confessare un mistero dell’esistenza. Pensavo tuttavia che la parola “Dio” non avesse nulla a che vedere con tale mistero, che fosse addirittura un modo per evitarlo. Avevo la pretesa di spiegarne l’esistenza nel lessico, sforzandomi di svicolare così: negazione della morte, volontà di potenza, fuga nell’aldilà, sublimazione nevrotica del “papà/ mamma, aiuto!”…»

NON E’ UN TAPPABUCHI. Oggi, però, «questa parola non suona più ai miei orecchi come un “tappabuchi”, ma come un “apri-abisso”. È probabile che alcuni la usino come “tappabuchi” (credenti o meno, d’altronde). Non la capiscono affatto, allora. Non ne sentono, per così dire, la musica. Perché il significante “Dio” non discende da un desiderio di soluzione finale: viene dal riconoscimento di un’assenza irrecuperabile. Non sorge tanto come risposta quanto come chiamata. Dà il nome all’evidenza di ciò che mi sfugge, all’esigenza di ciò che mi supera».
Hadjadj dice di ricordare spesso questa elementare verità ai seminaristi: «Quando siete in missione di evangelizzazione e una persona vi dichiara: “Io non credo in Dio”, state attenti, non saltategli addosso dicendo: “Ma sì, bisogna credere in Dio!”, perché magari non ci credete neppure voi al “Dio” di cui sta parlando lui! Chiedetegli prima cosa intende con quella parola. E chiedetevi se vi siete mai accorti della vertigine che porta con sé».

AMARE IL NEMICO. Ma la parte più interessante dello scritto di Hadjadj anticipato da Avvenire è quando il filosofo argomenta sulla difficoltà tutta moderna di porre una cesura tra “Dio” e il prossimo. Come se la fede possa essere qualcosa di disincarnato, etereo, senza un possibile riferimento alle persone a noi più vicine, che incontriamo, in cui ci imbattiamo. «Parlare di Dio – dice Hadjadj – vuol dire anche amare, in maniera indissociabile, colui a cui ne parliamo, perché vuol dire riverberare su di lui la Parola che gli dà l’esistenza e che quindi desidera infinitamente che lui esista. Capite la difficoltà? Sono missionario e un bel giorno mi trovo davanti a qualcuno che mi è ostile. Vengo ad annunciargli la Parola di Dio, ma visto che tale Parola mi dice che Dio è provvidenza, mi tocca ammettere che, questo tipaccio, me lo piazza in mezzo alla strada Dio stesso. Di conseguenza, devo innanzi tutto onorarlo questo tipaccio, devo riconoscere che, anche se mi sta parecchio antipatico, anche se è tremendamente contrario ai cristiani, come persona è eternamente voluto dall’alto e ha sempre qualcosa da insegnarmi».

I FANFARONI E DIO. È un problema di prospettiva e di “scandalo”, perché  «ogni fanfarone si rivela essere parola di Dio». «Certo – precisa il filosofo -, non tanto per via delle intenzioni ostili, quanto per la sua presenza. È la Parola di Dio a conferirgli l’essere. È l’amore di Dio che lo trae fuori dal nulla. Magari l’ignora, ma se sono un apostolo del Creatore, io non posso ignorarlo. Devo andare oltre l’antipatia. Meravigliarmi prima di tutto del fatto che esiste».
Sull’amore al prossimo «c’è la verità della mia identità cristiana. Se non sono capace di meravigliarmi sinceramente, di fronte all’esistenza, per esempio di Michel Onfray (prendo un ateo in Francia, ma avrei potuto scegliere allo stesso modo un fondamentalista in Iran), non sono cristiano, perché Michel Onfray, anche se con la bocca pronuncia idiozie sulla Bibbia, con il suo essere rimane ugualmente una parola di Dio, certo imbavagliata, ma comunque divina nella sua apparizione».
Amate i vostri nemici. «Una posizione decisamente destabilizzante», scrive il pensatore francese. «Mi tocca parlargli di Dio lasciandomi prima interpellare da lui, rifiutarne l’ignoranza accogliendone la presenza, contestarne l’inimicizia attestandone la bontà originaria. Ed è proprio lo stupore davanti alla sua bontà originaria, al di là della nostra antipatia iniziale, che può permettermi di dominare fino al cuore del nemico».