Come è cambiata la strategia degli Emirati Arabi Uniti in Yemen

Nel complicato scenario di guerra, gli EAU puntano a creare un territorio sotto la propria influenza, lasciando all’Arabia la grana degli houthi

All’indomani della conquista della capitale yemenita provvisoria Aden (dopo che quella ufficiale Sana’a’ è stata persa nel gennaio 2015 per mano dei ribelli houthi) da parte delle milizie dei separatisti del Consiglio di transizione del Sud (Stc) il 12 agosto scorso e dei bombardamenti con cui l’aviazione militare degli Emirati Arabi Uniti il 28 e il 29 agosto ha bloccato l’avanzata delle forze islamiste alleate del governo ufficiale che miravano a riconquistarla, tutti gli occhi sono puntati sul governo di Abu Dhabi, che sembra avere definitivamente rivelato la sua strategia per il futuro dello Yemen.

Lo scenario

I secessionisti che vorrebbero ricreare la separazione fra Yemen del Nord e Yemen del Sud che esisteva prima del 1990 sono infatti i più stretti alleati degli Emirati da quando questi ultimi hanno messo piede nello Yemen nel marzo 2015 insieme alle truppe di altri nove paesi (poi diventati otto dopo la defezione del Qatar) della coalizione araba a guida saudita che si era incaricata di dare attuazione alla risoluzione 2216/2015 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu: costringere i ribelli houthi a deporre le armi e restituire  tutto il territorio yemenita al governo internazionalmente riconosciuto di Abd Rabbih Mansur Hadi. Invece il governo e le forze militari degli Emirati sin dall’inizio hanno mostrato grande freddezza nei confronti del governo Hadi (riparato ad Aden dopo la presa di Sana’a’ da parte degli houthi), mentre hanno foraggiato in tutti i modi – armi, denaro e addestramento – le milizie sudiste secessioniste Hirak, Cintura di Sicurezza, Forze di élite Hadrami e Forze di élite Shebwani (due tribù del sud), oltre che la Resistenza nazionale yemenita di Tarek Saleh, il nipote di Ali Abdullah Saleh, il primo presidente dello Yemen unificato che si dimise nel febbraio 2012 in conseguenza dell’onda lunga della Primavera araba. Tutte fazioni impegnate nella lotta contro gli houthi, ma che intrattenevano rapporti difficili con Hadi e il suo governo.

I Fratelli Musulmani

Fin dall’inizio l’unico punto di contatto fra Emirati e governo del presidente Hadi è stata la guerra contro gli insorti houthi: l’aviazione emiratina e le forze yemenite armate e addestrate da Abu Dhabi hanno svolto un ruolo di primo piano nell’assedio di Hodeidah, il porto yemenita sul Mar Rosso nel quale approdano, insieme ad aiuti umanitari internazionali, le forniture militari dell’Iran ai ribelli houthi. Nello stesso tempo però gli Emirati e suoi alleati conducevano una caccia spietata nei confronti dei militanti del partito Islah, importante componente della coalizione politica che sostiene il presidente Hadi, cosa che ha causato scontri armati fra le forze degli Emirati e le milizie di Islah e di altri alleati di tale partito. La ragione ufficiale della fortissima ostilità di Abu Dhabi nei confronti di Islah è la sua vicinanza al movimento internazionale dei Fratelli Musulmani: la dinastia Bin Zayed li ha sempre combattuti sul suolo patrio, come del resto, tranne la breve parentesi in cui negli anni Sessanta in Egitto era al potere il militare di sinistra Gamal Abdel Nasser, ha sempre fatto anche l’Arabia Saudita. Ma mentre i sauditi non hanno mai avuto problemi a sostenere le varie gemmazioni dei Fratelli Musulmani quando queste servivano a combattere governi o ribelli arabi alleati dell’Iran (vedi l’appoggio saudita ai combattenti islamisti in Siria e Yemen), gli Emirati si sono mostrati molto intransigenti e coerenti in patria come all’estero.

Mettere alla spalle al muro Tehran

Le cose sono cambiate nel novembre dell’anno scorso, quando ha cominciato a prendere corpo la “exit strategy” degli Emirati da un conflitto il cui significato strategico si stava svalutando a causa del rialzo di tensione fra gli Usa di Donald Trump e l’Iran: a che scopo dilapidare risorse e logorare la propria immagine internazionale (sauditi ed emiratini sono accusati di violazioni dei diritti umani nello Yemen a motivo dell’alto numero di vittime civili dei loro bombardamenti aerei e per le torture sui prigionieri di guerra) partecipando a un conflitto anti-iraniano quando la superpotenza Usa sembra volersi accollare il compito di mettere con le spalle al muro Tehran? Così il 14 novembre scorso il principe della corona e ministro della Difesa Mohammed bin Zayed ha incontrato per la prima volta in assoluto ad Abu Dhabi gli esponenti apicali di Islah: un atto diplomatico che sembrava preludere a un cambiamento di politica sul campo. Alla fine di giugno poi gli Emirati hanno cominciato a ritirare truppe dal teatro di guerra yemenita, facendo pensare a molti osservatori che la firma di un cessate il fuoco fra tutte le parti in causa nella guerra civile internazionalizzata dello Yemen era vicina.

Il cambio di strategia degli EAU

Le speranze si sono rapidamente dissolte quando nel mese di agosto l’Stc ha scatenato le sue forze contro le postazioni governative ad Aden all’indomani di un attacco missilistico che aveva causato la morte del suo comandante Munir “Abu al-Yamama” al-Mashali, accusando il governo di Hadi di aver permesso agli islamisti di Islah di colpire. A nulla sono servite le smentite del governo e di Islah, e la rivendicazione dell’attacco da parte dei ribelli houthi: nel giro di nove giorni le milizie Cintura di Sicurezza, Forze di élite Hadrami e Forze di élite Shebwani hanno preso il controllo della capitale provvisoria. Quando i filo-governativi hanno cercato di reagire, l’aviazione degli Emirati li ha fermati, giustificando il proprio intervento col fatto che si sarebbe trattato di terroristi che mettevano in pericolo la sicurezza delle forze della Coalizione araba. Tutto lascia credere che gli Emirati abbiano effettuato un’importante virata della loro strategia nei riguardi della crisi yemenita dopo che hanno appreso del riavvicinamento fra Washington e Tehran, culminato nella partecipazione del ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif al G8 di Biarritz il 25 agosto. Ora l’obiettivo strategico sembra essere quello di spartirsi lo Yemen con l’Arabia Saudita: a nord, una volta sconfitti gli houthi, un governo infeudato a Riyadh; a sud un governo nelle mani dell’Stc, legato a filo doppio ad Abu Dhabi.

MBS nel sacco di MBZ

Come scrive Renaud Girard, uno dei più importanti inviati speciali francesi, «Non è da escludere che il giovane MBS (Mohamed bin Salman, principe ereditario e ministro della Difesa dell’Arabia Saudita) sia stato strumentalizzato da quel temibile stratega che è MBZ, cioè Mohammed Ben Zayed, principe ereditario e ministro della Difesa di Abu Dhabi. In effetti l’uomo forte degli Emirati persegue una sua propria strategia, che è quella di costituire una “talassocrazia” regionale. Come un tempo Venezia nell’Adriatico, MBZ cerca di creare colonie commerciali a lui fedeli al di là dello stretto di Hormuz. Così, senza contare Aden, gli Emirati sono molto presenti nel Corno d’Africa con investimenti e basi militari nei porti di Assab (Eritrea), Berbera (Somaliland) e Bosaso (Puntland, altra regione che si è separata dalla Somalia). Se Aden farà secessione, gli Emirati si alleeranno con questo nuovo Yemen del Sud e lasceranno che l’Arabia Saudita si arrangi da sola con gli houthi. Quindi faranno accordi con la Cina, la grande potenza che sta mostrando ingordigia su queste rive orientali».

Foto Ansa