Closing Milan. Vuoi vedere che hanno ragione i cinesi?

La stretta di Pechino sull’uscita di capitali dalla Cina è confermata da dichiarazioni ufficiali e non ha messo nei guai solo Li Yonghong, ma anche nomi ben più illustri

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

Gli sfottò sull’uomo che con la società Sino Europe Sports dovrebbe comprare il Milan, Li Yonghong, si sprecano da quasi un anno. Prima i media italiani lo hanno deriso per aver comprato il Milan a un prezzo troppo alto (520 milioni, più 220 debiti, più 350 in investimenti in tre anni), poi dopo il primo slittamento della trattativa con Fininvest a dicembre (e a maggior ragione dopo il secondo slittamento a marzo), lo hanno accusato di essere un avventuriero che ha firmato un contratto senza avere la disponibilità economica per onorarlo. Li si è sempre difeso spiegando che a novembre, improvvisamente, il governo cinese ha applicato una stretta sull’uscita di capitali finalizzata ad acquisizioni non strategiche. Nessuno lo ha preso sul serio, ipotizzando piuttosto che si trattasse di una grande messinscena di Silvio Berlusconi per far rientrare capitali illeciti, ma le ultime notizie potrebbero dargli ragione.

«INVESTIMENTI IRRAZIONALI». Durante una conferenza stampa in occasione delle cosiddette “Due sessioni” (in Cina sono in corso l’annuale raduno della Conferenza politica consultiva del popolo cinese e dell’Assemblea nazionale del popolo), sabato il ministro del Commercio cinese, Zhong Shan, ha condannato «gli investimenti ciechi e irrazionali», promettendo di aumentare i controlli e rivelando che «alcune società hanno già pagato il prezzo» di acquisizioni sbagliate, mentre altre «hanno anche avuto un impatto negativo sulla reputazione della Cina».

NO A SPORT E SPETTACOLO. Il giorno precedente, Zhou Xiaochuan, governatore della Banca popolare cinese, aveva spiegato che «molti investimenti all’estero non sono in linea con i nostri requisiti, specie se si tratta di acquisizioni nel campo dello sport e dell’intrattenimento. Questi affari non portano abbastanza benefici alla Cina». Entrambi i commenti, nota il New York Times, sono «la più importante conferma che il governo comunista ha tirato il freno sulla caotica corsa» agli investimenti esteri degli imprenditori cinesi.

IL CASO PIÙ CLAMOROSO. È da febbraio 2016 che Pechino ha cominciato a bloccare l’emorragia di capitali e nel novembre scorso ha compiuto un passo decisivo imponendo a tutte le sue banche di bloccare ogni movimento di denaro superiore ai 5 milioni di dollari, senza previa approvazione del partito comunista. Questa mossa ha complicato molte operazioni all’estero e Li Yonghong non è l’unico ad essere finito nei guai.
Uno dei casi più clamorosi riguarda l’industria di Hollywood. Settimana scorsa, i proprietari della Dick Clark Productions, che produce i Golden Globe Awards, hanno annunciato che il colosso immobiliare cinese Dalian Wanda si è improvvisamente tirato indietro senza dare spiegazioni e non comprerà più la compagnia americana per la cifra mostre di un miliardo di dollari. Non è l’unico caso.

HOTEL E CINEMA. Era tutto fatto per l’acquisizione da parte di Anbang Insurance, compagnia strettamente legata alla politica cinese, della catena Starwood Hotels and Resorts. L’accordo da 14 miliardi di dollari è saltato da un giorno all’altro. La Anhui Xinke New Materials, società che lavora il rame, dopo aver firmato a novembre un accordo dal valore di 350 milioni di dollari per il rilevamento di Voltage Pictures, compagnia americana che lavora nell’ambito della produzione cinematografica, si è tirata indietro a dicembre.

E SE AVESSE RAGIONE LI? Secondo Qiang Li, partner dell’importante studio legale DLA Piper, gli unici affari che ormai i cinesi possono condurre con tranquillità sono quelli che implicano l’utilizzo di capitali già spostati all’esterno della Cina. Per tutti gli altri, «bisogna aspettare l’approvazione» e l’iter è molto lungo. Vuoi vedere che ha ragione il misterioso e chiacchieratissimo signor Li?

Foto Ansa

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •