I cinque figli tolti alla famiglia Bodnariu per la loro «educazione cristiana»

Norvegia. Per la prima volta da novembre, i genitori accusati di essere “cristiani radicali” hanno potuto riunirsi per tre ore con i figli. Intanto i nonni parlano di «persecuzione religiosa»

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Si sono riuniti per tre ore con i loro cinque figli i coniugi rumeni Bodnariu, accusati di essere “cristiani radicali”, ai quali i servizi sociali norvegesi hanno tolto la custodia dei bambini lo scorso 16 novembre per qualche sculacciata. Da allora al padre, Marius, è stato impedito di vedere e parlare con i figli, mentre sua moglie Ruth ha potuto incontrare solo il piccolo di tre mesi e conversare per pochi minuti al telefono con i maggiori. La famiglia Bodnariu non è l’unica ad avere avuto problemi con i servizi sociali norvegesi, come dimostra una petizione di 38 famiglie ai leader dell’Unione Europea nella quale denunciano un inspiegabile atteggiamento autoritario.

FAMIGLIA RIUNITA. Il 18 febbraio la famiglia si è riunita per la prima volta da novembre. Il sito ufficiale della campagna di sostegno alla famiglia Bodnariu ha raccontato in un articolo che è stato un incontro «gioioso» ma «doloroso», in cui la figlia Naomi «non riusciva a smettere di parlare» e il quartogenito Loan (due anni) «avendo imparato qualche nuova parola, aveva molto da dire. Il piccolo Ezechiele era più felice che mai». Dopo aver giocato, parlato e mangiato, la famiglia ha pregato insieme. Il portavoce del gruppo di sostegno, il pastore protestante Cristian Ionescu, ha anche scritto che Naomi ha lasciato molto perplessi i genitori quando ha affermato che desiderava imparare ancora molto da loro e perciò non voleva che morissero. «Chi ha messo queste cose in testa ai bambini?!», ha aggiunto. «Loro non riescono a capire perché non possono stare con i genitori». I giudici non hanno ancora fissato la data dell’udienza, rifiutando anche la richiesta dei Bodnariu di sottoporsi a periti di psicologia esterni ai servizi sociali, che sembrano accanirsi contro la famiglia.

DISCRIMINAZIONE RELIGIOSA. Alcuni giornali hanno accusato i coniugi di parlare a sproposito di discriminazione religiosa solo per riavere più facilmente i figli. Intervenendo per la prima volta sul caso con un comunicato, i nonni dei bambini venerdì scorso hanno invece ribadito che l’educazione cristiana viene continuamente citata come un elemento che proverebbe la colpevolezza dei genitori. Basta leggere che cosa «ha detto la preside della scuola [parlando] al telefono con i servizi sociali il 13 ottobre scorso, a partire dai documenti sul caso: “La scuola dice che è una famiglia molto cristiana con una fede forte, che crede nei concetti di peccato e punizione divina. Tutti gli zii e le zie condividono questa convinzione. La preside è persuasa che questo inibisca i bambini”. È un’invenzione questa?».

«È UN’INVENZIONE?». I nonni hanno poi ricordato che «durante l’indagine di polizia, al padre di Ruth è stato chiesto se era consapevole del fatto che i bambini fossero esposti ad alcune pressioni (indottrinamento collegato alla fede cristiana)», ma quando lui ha cominciato «a rispondere alla larga, gli è stato vietato, dicendogli di parlare solo di argomenti che riguardano il problema». Questo dimostra che «l’educazione cristiana dei bambini è ciò su cui verte il caso. È anche questa un’invenzione?». Prosegue il comunicato: «Viviamo con la vecchia convinzione che la “piccola e gentile Norvegia” non perseguiti i cristiani, ma ci sono molti modi di farlo». Il responsabile amministrativo della contea di Naustdal ha dichiarato ai giornali che i servizi sociali hanno fatto un buon lavoro. «Siamo quindi autorizzati a chiederci: “Che cos’hanno dentro queste persone se sono capaci di fare una cosa simile?”». Il prossimo 16 aprile migliaia di persone si riuniranno a protestare chiedendo la liberazione dei bambini in centinaia di città rumene, in venti metropoli americane e australiane e in decine di capitali europee.


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