Cina. Celebre università cambia lo statuto, elimina la «libertà di pensiero»

La modifica alla carta dell’ateneo Fudan di Shanghai è stata ordinata dal ministero dell’Educazione. Il nuovo obiettivo della didattica è: «Aderire al Partito comunista»

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Una delle più prestigiose università della Cina, la Fudan di Shanghai, è stata costretta a sostituire nella sua carta costitutiva il riferimento alla «libertà di pensiero» e a sottomettere quello alla «indipendenza accademica» al patriottismo. È solo l’ultimo episodio della campagna condotta dal Partito comunista guidato da Xi Jinping contro la libertà di espressione e a favore della fedeltà assoluta al regime.

«L’UNIVERSITÀ ADERISCE AL PARTITO»

Il ministero dell’Educazione ha annunciato le modifiche martedì, scatenando la protesta pubblica senza precedenti di studenti e professori. Se prima nell’atto costitutivo della Fudan si leggeva che «la filosofia educativa dell’università è l’indipendenza accademica e la libertà di pensiero come celebrato nell’inno dell’ateneo», ora invece si trova scritto: «L’università promuove lo spirito di “unità, servizio e sacrificio”, la pratica sincera di dedizione patriottica, l’indipendenza accademica e la ricerca dell’eccellenza». Una seconda parte è stata ampliata per spiegare che «l’università aderisce alla leadership del Partito comunista cinese e applicherà nella sua interezza le politiche educative del Partito».

L’INNO DEGLI STUDENTI

Mercoledì molti studenti della Fudan hanno protestato ritrovandosi nella caffetteria dell’ateneo e cantando l’inno, che contiene le espressioni “indipendenza accademica, libertà di pensiero” e “libera da catene politiche”.

«IL PARTITO CONTROLLA IL PENSIERO DA SEMPRE»

Una docente dell’ateneo, Sun Peidong, in via eccezionale ha anche parlato apertamente al Washington Post, dicendosi pronta a pagare le conseguenze delle sue parole:

«Per tutti coloro che vogliono blandire l’attuale leadership questo è il tempo giusto per lavorare qui. Ma chi vuole fare veramente ricerca scientifica e avere un pensiero indipendente avrà vita dura. Ma questo potrebbe anche non essere il periodo più difficile. Magari tra cinque anni, torneremo a pensare al 2019 e diremo che quanto sta accadendo è stato solo l’inizio. Non esiste neanche un’università in Cina che goda della libertà di pensiero e dell’indipendenza accademica. Il controllo del pensiero è sempre stato uno dei punti più importanti del governo del Partito comunista. L’arte [secondo il regime] deve servire la politica; gli intellettuali devono servire il Partito. Queste sono sempre state le regole del gioco. Non sono mai cambiate [dal 1949] e non cambieranno mai».

L’UNIVERSITÀ FONDATA DAI GESUITI

La Fudan è stata fondata nel 1905 dai gesuiti e poi requisita alla Chiesa cattolica (e mai restituita come centinaia di altri edifici) dopo l’avvento del regime comunista. L’ateneo è celebre in Cina, avendo firmato collaborazioni strategiche con un’istituzione del mondo accademico come Yale o l’Università nazionale di Singapore. È qui che nel 2017 il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha tenuto la sua lectio magistralis. Tra i tanti laureati illustri passati dalla Fudan c’è anche Wang Huning, stretto collaboratore di Xi Jinping e membro del Comitato permanente del Politburo, il collegio ristretto di sette persone che governa davvero la Cina.

Sui social media alcuni post, ora cancellati, hanno paragonato la decisione del governo cinese a quella del governo nazista, quando cambiò il motto dell’università di Heidelberg da “Lo spirito vivente” a “Lo spirito tedesco” nel 1936. Una laureata della Fudan ha scritto su internet un messaggio condiviso migliaia di volte, prima di essere rimosso dalla censura: «Noi studenti abbiamo lavorato duramente e abbiamo scelto la Fudan attratti dalla sua libertà e dal suo spirito. Sono sempre stata orgogliosa della mia università, ogni singolo giorno. Oggi sono davvero triste, perché la nostra costituzione è stata castrata».

IL ROGO DEI LIBRI RELIGIOSI

Da quando Xi Jinping ha preso il potere come segretario generale del Partito comunista in Cina nel 2012 (la nomina a presidente è del 2013, ma la carica che conta è la prima), ha ripetutamente insistito perché in ogni ambito del paese si considerasse come unica priorità la fedeltà al regime. Avvocati, docenti, intellettuali, giornalisti o religiosi che hanno osato protestare sono stati licenziati o arrestati.

Una settimana fa la biblioteca della contea di Zhenyuan, nella città di Qingyang, provincia di Gansu, ha bruciato pubblicamente su ordine del ministero dell’Educazione 65 libri «religiosi e illegali» rintracciati nel proprio archivio. In tanti hanno gridato al «ritorno alla Rivoluzione culturale».