Chi iscrive i figli alle paritarie non è un evasore fiscale

Intervista a Corrado Brizio, rappresentante di un istituto paritario lombardo che denuncia l’idea chi iscrive i figli alle paritarie sia un “ricco” e sospetto “evasore”

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«Si parte dall’assunto per cui le scuole paritarie siano frequentate solo da persone facoltose. È un’umiliazione ingiustificata». Corrado Brizio è il legale rappresentante dell’Istituto scolastico e culturale Giuseppe Neri, Pogliano Milanese (Mi). E lancia un allarme indignato, visto che è tenuto, come rappresentante legale della scuola, a comunicare all’Agenzia delle Entrate le rette che superano i 3.600 euro. La prassi è dovuta al cosiddetto “spesometro” introdotto anni fa da Giulio Tremonti: uno strumento di accertamento anti-evasione, che punta a misurare la capacità di reddito del contribuente in base alle sue spese. Riguarda tutte le operazioni rilevanti ai fini Iva, di importo pari o superiore, appunto, ai 3.600 euro.

Per Brizio si tratta di una misura «del tutto illogica». Non si tratta di una difesa d’ufficio delle scuole paritarie, ma è inaccettabile «che si propugni un’equazione per cui chi sceglie di mandare i figli alla scuola paritaria, cosa che peraltro rientra nei diritti costituzionali del cittadino, viene trattato come un evasore. O comunque come un ricco contribuente». La Giuseppe Neri è una scuola materna e elementare, nata dal desiderio di un gruppo di genitori e insegnanti di organizzarsi in cooperativa: dal 1992 le classi si sono trasferite a Pogliano, presso un edificio dismesso dal Comune. I genitori hanno affiancato l’impresa di costruzioni per ristrutturarlo e metterlo a norma, forti di un progetto educativo attento al bambino.

Scuola paritaria, insomma, non significa scuola per privilegiati: «C’è di tutto, per fortuna. Senza le rette, non potremmo stare in piedi. Nel nostro caso specifico, basti pensare che il contributo statale, da due anni a questa parte, è stato congelato nonostante l’aumento delle classi. I genitori hanno anche creato iniziative per raccogliere fondi, per venirci incontro. Quindi è anche grazie alle iniziative promosse dalle famiglie che siamo in grado di effettuare sconti a quelle meno abbienti». In più, riferisce Brizio, dal 2013 «si dovrà segnalare all’Agenzia delle Entrate non solo l’importo della retta, ma tutto quello che una famiglia corrisponde alla scuola per ogni servizio richiesto: mensa, doposcuola, eventuali corsi extra-curriculari. Tutto ciò che è accessorio, insomma».

In altre parole, mangiare in mensa sarà considerata una spesa di lusso. «In base a quale logica? Chi ha detto che i bambini benestanti mangiano a scuola? Stiamo scherzando? Se proprio vogliamo fare i conti in bocca agli alunni, cosa che trovo ridicola, parliamo di 80 euro mensili, in media. E di solito è il contrario: il bambino benestante, se frequenta la statale, torna a casa a mangiare. E allora? Dobbiamo obbligarli a conservare gli scontrini della spesa al supermercato?». Lo stesso discorso vale per il doposcuola: «Se proprio si vuole adottare questa logica, una baby-sitter costa molto di più. Perché solo quello che si spende a scuola viene considerato un indice di ricchezza?».

C’è molto sconcerto per quella che viene percepita come una vera ingiustizia: «Al governo servono introiti? Che vadano a cercarli da altre parti. Non nelle tasche delle famiglie che fanno sacrifici per mandare a scuola i figli».

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