Chi ha chiuso il calcio dei bambini in un recinto?
L’Italia è il paese in cui ci ripetiamo, con voce grave e mano sul cuore, che “il settore giovanile è il futuro”. Poi, però, quando quel futuro prova a giocare una partita fuori dal recinto, scopre che non basta il pallone: servono timbri, convenzioni, autorizzazioni. E, alla fine, decide un regolatore che è anche concorrente. Il Consiglio di Stato, Sez. VI, con sentenza n. 102/2026 pubblicata il 7 gennaio 2026, ha rimesso in piedi la sanzione dell’Antitrust alla Figc: 4.203.447,54 euro per violazione dell’art. 102 Tfue (abuso di posizione dominante). La cifra conta, certo. Ma conta di più la domanda che porta con sé: chi governa davvero il calcio che si gioca, quello delle famiglie, dei volontari, delle società dilettantistiche, dei bambini che fanno due allenamenti a settimana e della provincia che tiene insieme lo sport con lo scotch? Secondo la ricostruzione in sentenza, l’Agcm ritiene che la Figc abbia perseguito l’obiettivo di estendere la sua posizione dominante dall’agonismo giovanile ai tornei promozionali e ludico-amatoriali, “ai danni” di Eps e Asd.
Eps: “sport di base” e concorrenza
Eps sta per “enti di promozione sportiva”: organizzazioni riconosciute dal Coni che promuovono e organizzano attività sportive, spesso amatoriali e giovanili, con proprie reti territoriali. Sono il grande “secondo binario” dello sport italiano, quello dove, storicamente, hanno trovato spazio comunità, oratori, dopolavoro, quartieri e polisportive. Nel caso Figc-Antitrust, la parola chiave è una: concorrenza. Perché gli Eps, nei tornei giovanili non agonistici, sono – o possono essere – un’alternativa reale: per costi, format, prossimità e inclusività. E qui il diritto incrocia la cultura sportiva.
La sentenza riassume la tesi dell’Agcm: a partire dalla stagione 2015-2016 – dopo il regolamento Coni 2014 sugli Eps –, la Figc avrebbe attuato una strategia “unitaria e complessa” con tre leve: mancata stipula delle convenzioni; vincoli e autorizzazioni anche per la fascia 5-12 anni definita “amatoriale” e quindi “libera”; la scelta di considerare “agonistica” l’attività 12-17 anni. Tradotto in vita vera: la parola “agonismo” non è solo una definizione sanitaria o regolamentare. È un cancello. E quando quel cancello si sposta – o si allarga –, cambia la libertà concreta di una società e di una famiglia.
La filiera invisibile: tesseramenti, quote, tornei, potere
Se guardiamo il calcio di base dall’alto, sembra un mondo piccolo. Se lo guardiamo da vicino, è una micro economia enorme: tesseramenti, assicurazioni, spese di gestione, quote, arbitraggi, campi, trasporti, affiliazioni, tornei “rapidi”, tornei estivi, memorial ed eventi di quartiere. Il punto – ed è qui che la sentenza è interessante – è che la Figc non è “solo” un regolatore, è un soggetto che opera anche su quei mercati. Nella ricostruzione della decisione, le condotte contestate sarebbero state finalizzate anche ad “ampliare” la sfera di attività e il numero dei tesserati federali, riducendo al contempo quelli degli Eps. Questa non è un’astrazione da giuristi. È la dinamica con cui un territorio decide chi organizza e chi incassa – anche poco, ma su grandi numeri –, e soprattutto chi definisce la normalità: cosa è “calcio vero” e cosa è “altro”.
Quando il controllo diventa metodo
Un passaggio della sentenza entra nel punto più politico: la convenzione dovrebbe essere il luogo in cui si regolano i rapporti tra Federazione ed Eps su un piano ordinato. Ma se la convenzione non arriva, nel frattempo decide chi emette i comunicati e stabilisce le condizioni. Il Consiglio di Stato evidenzia, nel ragionamento riportato, come l’assenza di convenzione abbia consentito una regolazione federale con effetti compressivi sulle iniziative Eps e descrive anche come modifiche allo schema Coni – valutazioni di conformità Sgs, limiti ai tornei, assenza di commissione paritetica – potessero rendere l’accordo più difficile. A un certo punto compare perfino la lingua nuda della competizione: il timore che gli Eps “drenino tesserati e risorse”. È una frase che, da sola, racconta perché questa storia non riguarda un cavillo, riguarda il controllo di una base sociale.

Il paradosso culturale
Qui la sentenza diventa una lente sul nostro discorso pubblico. Da anni celebriamo il settore giovanile come “fabbrica di talenti”, meglio: come alibi identitario. Ma il settore giovanile reale è spesso un’altra cosa: un servizio educativo informale che tiene insieme famiglie, amicizie, corpi che crescono, periferie che respirano. E ogni barriera amministrativa o monopolistica, in quel mondo, non produce solo effetti economici: produce selezione sociale. Chi ha tempo, mezzi, auto, flessibilità, relazioni e “linguaggio” per stare dentro le regole e per difendersi quando le regole cambiano? E chi invece si perde, smette, rinuncia, oppure resta dentro un circuito che non ha scelto?
Un precedente recente
La partita, anche qui, è doppia: giuridica e comunicativa. Il Tar del Lazio – sentenza 3409/2025 – aveva annullato la sanzione Agcm. La Figc, all’epoca, rivendicò che fosse stata “riconosciuta la correttezza” del proprio operato. Ora il Consiglio di Stato ribalta quel verdetto e torna a dare peso alla lettura antitrust. È un passaggio che pesa perché dice una cosa semplice: anche nello sport, anche quando parliamo di bambini e tornei estivi, esiste un diritto – quello della concorrenza – che guarda agli effetti e non solo alle intenzioni.
Qui non si tratta di “tifare” Eps o Figc. Si tratta di decidere che cosa vogliamo difendere. Se il calcio di base è davvero il futuro, allora va trattato come una infrastruttura sociale: accesso, pluralità di offerte, trasparenza delle regole, tutele sanitarie senza trasformarle in leva competitiva, e soprattutto un’idea non proprietaria della comunità. Perché la domanda finale è sempre la stessa, e fa un po’ male: a chi appartiene il diritto di giocare?
Cosa cambia nei campi di provincia?
La sentenza non risolve tutto, ma apre un varco: costringe il sistema a misurarsi con un principio che nello sport italiano suona quasi alieno – la separazione tra chi regola e chi compete – almeno quando la regolazione diventa strumento per “stringere” l’accesso. Il rischio è che resti una storia da addetti ai lavori. L’occasione, invece, è usarla per fare la domanda giusta: se davvero crediamo nel settore giovanile, perché continuiamo a costruirgli intorno recinti invece di ponti?
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