Di chi è Alfie Evans?

Due interventi sulla vicenda del bambino inglese sulla decisione «clinicamente ed eticamente sconcertante» dell’ospedale inglese

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Alfie Evans è ancora vivo sebbene ieri alle 22.15 gli sia stato distaccato il respiratore. Il giudice d’appello dell’Alta Corte britannica Anthony Hayden ha convocato un’udienza per le 16.30. Qui di seguito riportiamo un’intervista dell’agenzia Sir a don Roberto Colombo e un intervento di Davide Rondoni apparso oggi sul Quotidiano nazionale.

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«Questa “inattesa” resistenza fisica di Alfie alla pretesa insufficienza respiratoria letale dei medici rappresenta una “falsificazione” – in termini popperiani – della tesi della completa perdita di funzionalità del sistema nervoso centrale. Le funzioni troncoencefaliche del bambino risultano infatti ancora sufficientemente integre da consentirgli una respirazione autonoma, anche se non è possibile prevedere per quanto questa potrà continuare in assenza di un supplemento di ossigeno. Anche il suo cuore continua a battere, a testimonianza dell’assenza di una compromissione sostanziale del miocardio». Questo il commento di don Roberto Colombo, docente della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore (Roma) e membro ordinario della Pontificia Accademia per la Vita (Città del Vaticano) alla decisione «clinicamente ed eticamente sconcertante» presa nella tarda serata di ieri a Liverpool di procedere comunque alla sospensione dei supporti vitali di ventilazione assistita, di idratazione e di nutrizione per il piccolo Alfie che «non ha esitato – come prevedevano gli anestesisti pediatri dell’Alder Hey Children’s Hospital nel decessi in breve tempo del bambino, il quale – a oltre dieci ore dalla estubazione continua a respirare autonomamente, anche se con difficoltà».
«La mancata riconnessione del supporto ventilatorio meccanico dopo tutte queste ore – prosegue don Colombo – mostra quella che già il cardinale Sgreccia, in occasione della vicenda del bambino Charlie Gard, aveva chiamato un ‘accanimento tanatologico’, ossia una ostinazione ideologica e priva di ragionevole fondamento clinico ed etico nel porre fine alla esistenza di un paziente».
«Gli inglesi chiamano l’accanimento terapeutico con il termine “therapeutic obstinacy” (ostinazione terapeutica), ma in questo caso, si potrebbe parlare di “ostinazione anti-curativa” – conclude don Roberto Colombo -. Questo è il contrario delle autentiche “cure palliative”, che prevedono di prendersi cura del paziente inguaribile fino all’ultimo istante della sua vita, senza procurare anzitempo la sua monte con una eutanasia omissiva. La medicina ha bisogno di essere liberata da una ideologia mortale che nega in radice la sua vocazione al servizio della vita».

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Di chi è questo bambino? Questa è la domanda che come un fantasma si aggira in Europa e anche nei tinelli di casa con le tv accese. Di chi è Alfie Evans, chi deve prendersene cura, essendo piccolo e indifeso? È figlio della Corte Suprema inglese? È proprietà della Corte Europea (che ha girato la testa dall’altra parte dinanzi alla supplica dei genitori)? Di chi è Alfie, a chi appartiene la sua vita e dunque anche la nostra (poiché in un certi senso siamo tutti piccoli e indifesi)? Con geniale sarcasmo un poeta ragazzo di fuoco, Arthur Rimbaud, ironizzava nella Parigi di fine Ottocento dicendo che doveva tutto alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo. Ovvero che la sua vita apparteneva a una dichiarazione istituzionale. Lanciava la sua ironia poetica di fuoco contro un sistema che vedeva ergersi a unica misura del valore della vita.
Ma la vita di un piccolo appartiene al destino, a questa entità di cui persino il nome ormai è bandito nei ragionamenti dei burocrati e dei finti intellettuali. Al destino e alle mani in cui il destino lo ha posto naturalmente con tutto il carico di sofferenza, fragilità e infinito amore che porta con sé, cioè ai suoi genitori. Ma le corti non vogliono considerare il destino – il che è già segno di ottusità –, ma addirittura vi si vogliono sostituire, negando a chi vorrebbe collaborare al bene voluto dai genitori per il loro piccolo il diritto di farlo. Non chiamatela Europa dei diritti. Ma del più forte. Il tutto naturalmente in punta di codice. Ma come sapevano gli antichi abitanti d’Europa pur senza parlamenti né corti, nella cosiddetta applicazione massima della legge si può annidare il massimo della ingiustizia, della ingiuria contro la vita. È purtroppo un film che si ripete. Li chiamano “casi”, come per Charlie. Ma due casi fanno un indizio.

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